in foto: Credit: Tung256

Per la prima volta nella storia della medicina è stato ricostruito un orecchio con la stampa 3D a cinque bambini affetti da microtia (o microzia), una malformazione congenita del padiglione auricolare che colpisce un neonato ogni 8mila. Gli autori del rivoluzionario intervento sono stati gli scienziati cinesi del Tissue Engineering Research Key Laboratory e della Scuola di Medicina dell’Università Jiao Tong di Shanghai, che hanno coinvolto nel progetto le famiglie di cinque piccoli con un’età compresa tra i 6 e i 9 anni.

Gli studiosi, coordinati dal professor Yilin Cao, per ricostruire l’orecchio malformato hanno prelevato le cellule dai bambini, e dopo aver creato uno stampo basato sull’orecchio sano – nella maggioranza dei casi la microtia è monolaterale – hanno fatto crescere le cellule all’interno di esso stampandole in 3D. Il risultato è stato un orecchio identico a quello “copiato”, che successivamente è stato impiantato attraverso un intervento chirurgico.

Benché sotto il profilo squisitamente estetico il problema dei bambini sembrerebbe del tutto risolto, l’intervento ha ricevuto critiche da parte di alcuni scienziati americani. Nello specifico, è stata messa in evidenza un’osservazione fatta dalla dottoressa Tessa Hadlock del prestigioso Massachusetts Eye and Ear di Boston. Secondo la ricercatrice, intervistata dalla CNN Health, l’utilizzo delle cellule dell’orecchio malformato per stampare il nuovo padiglione auricolare sarebbe stato un vero e proprio azzardo. Queste cellule derivano infatti da un organo nato con un evidente difetto genetico, e in futuro potrebbero manifestare problemi imprevisti.

Sino ad oggi il metodo più efficace per risolvere la microtia – che può comportare anche problemi funzionali all’udito – era la ricostruzione dell’orecchio con la chirurgia plastica. Per conoscere le reali conseguenze dell’impianto di un orecchio stampato in 3D con cellule derivate dalla parte malformata sarà necessario monitorare a lungo i bambini coinvolti nello studio, che comunque hanno già superato un periodo di follow-up di 2 anni e mezzo. I dettagli della ricerca sono stati pubblicati sulla rivista scientifica EBIOMedicine.

[Credit: EBIOMedicine/Tissue Engineering Research Key Laboratory]

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