Circa 70mila anni fa una piccola nana rossa, la stella di Scholz, si avvicinò talmente tanto al nostro Sistema solare da ‘accarezzarlo’, perturbando l’orbita di alcuni oggetti celesti posizionati nella remota nube di Oort. La scoperta del suo passaggio ravvicinato è stata fatta nel 2015 da un team di astronomi dell’Università di Rochester; oggi, grazie a nuovi calcoli effettuati da ricercatori dell’Università Complutense di Madrid e dell’Università di Cambridge, abbiamo la conferma che gli effetti di questo lontano e affascinante incontro con la stella ‘aliena’ sono ancora visibili.

Gli studiosi, coordinati dal professor Carlos de la Fuente Marcos e da suo fratello Raul, entrambi dell’ateneo spagnolo, sono giunti a questa conclusione dopo aver analizzato le orbite iperboliche di circa 350 oggetti presenti nella nube di Oort, una nube sferica di comete così lontana dalla Terra (2.400 volte la distanza che separa Sole e Plutone) che risulta impossibile da osservare con qualsiasi telescopio, anche col potentissimo Hubble. Dalla distribuzione delle loro orbite è stato determinato l’impatto dell’azione di disturbo operata dalla stella di Sholz.

“Attraverso simulazioni numeriche abbiamo calcolato i radianti o la posizione nel cielo da cui tutti questi oggetti iperbolici sembrano provenire”, ha sottolineato il professor Carlos de la Fuente Marcos. “Ci si aspetterebbe che queste posizioni siano distribuite in maniera uniforme nel cielo, in particolare se questi oggetti vengono dalla nube di Oort; tuttavia – ha proseguito lo studioso – ciò che abbiamo scoperto è molto differente: un accumulo di radianti statisticamente significativo”. “L’evidente maggiore densità – ha concluso de la Fuente Marcos – appare proiettata nella direzione della costellazione dei Gemelli, che corrisponde con l’incontro ravvicinato della stella di Scholz”.

La stella, che oggi si trova a circa 20 anni luce dalla Terra, 70mila anni fa arrivò a 0,6 anni luce dal Sistema solare, circa 7,6 trilioni di chilometri o circa 50.000 Unità Astronomiche (1 UA è la distanza che separa la Terra al Sole). Sembrano numeri enormi, ma si tratta di un’inezia dal punto di vista astronomico. Anche perché passaggi di questo tipo possono avere effetti imprevisti sul nostro sistema, come dimostra la perturbazione rilevata nella nube di Oort.

Benché venga chiamata stella di Sholtz, si tratta in realtà di un sistema binario, con la piccola nana rossa (9 percento della massa solare) accompagnata da una ancor più piccola nana bruna, che ha due terzi della massa della ‘sorella’. Il passaggio avvenne nel periodo in cui l’uomo moderno (Homo sapiens) conviveva con l’Uomo di Neanderthal e iniziava a migrare dall’Africa verso l’Europa; è probabile che i nostri antichi antenati abbiano visto un piccolo bagliore nel cielo, legato ai tipici brillamenti delle nane rosse. La stella infatti era troppo poco luminosa per essere vista normalmente a occhio nudo. I dettagli della ricerca anglo-spagnola sono stati pubblicati sulla rivista scientifica MNRAS Letters.

[Credit: Michael Osadciw/University of Rochester]

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