I coralli della Grande Barriera Corallina tollerano l’aumento delle temperature molto meno di quanto si pensasse, e a causa delle ondate di calore degli ultimi anni ne sono sbiancati e morti a milioni. Questo intenso cambiamento del delicato e prezioso ecosistema australiano, che si estende per circa 2.300 chilometri al largo del Queensland, ha prodotto effetti permanenti anche sulle popolazioni di pesci e invertebrati, che non trovando più ripari tra le ramificazioni dei coralli sono stati costretti a spostarsi o a soccombere sotto la pressione dei predatori.

Gli studiosi dell’Australian Research Council Centre of Excellence for Coral Reef Studies, dell’Università James Cook e dell’Università del Queensland sono giunti a queste conclusioni dopo aver analizzato nel dettaglio gli effetti dei cambiamenti climatici, che negli ultimi anni hanno innescato profondi e in taluni casi irreversibili fenomeni di moria e sbiancamento. I ricercatori si sono concentrati soprattutto sul devastante fenomeno del 2016, che nel complesso ha determinato una perdita del 30 percento dei coralli. L’ 81 percento è andato perduto nell’area settentrionale della Grande Barriera Corallina, la più tropicale; il 33 percento in quella centrale e l’1 percento in quella meridionale.

Grazie a riprese aree, monitoraggio con subacquei e analisi di laboratorio sui campioni prelevati, gli studiosi coordinati dal professor Terry Hughes dell’Università James Cook hanno stabilito che nel 2016 lo sbiancamento è iniziato con un aumento di 2° centigradi di temperatura, mentre la morte con un +3° centigradi rispetto alla media. Si tratta di dati estremamente significativi, tenendo presente che in base alle tabelle della US National Oceanic and Atmospheric Administration (NOAA) lo sbiancamento dovrebbe iniziare a +4° centigradi e la morte sopraggiungere a +8° centigradi. In altri termini, molti dei coralli della barriera sono morti direttamente senza passare per lo sbiancamento, un processo – legato alla perdita delle alghe simbionti – dal quale in determinati casi si può recuperare.

Le morie catastrofiche hanno riguardato soprattutto specie di coralli ramificati, come il corallo cervo e i tubulari. Si tratta delle specie predilette dai pesci di barriera perchè possono usare le loro ‘braccia’ per nascondersi. Fortunatamente altri coralli si sono dimostrati più resilienti. La situazione al momento non è ancora irrecuperabile, ma risulta imperativo contrastare rapidamente le fonti che rilasciano gas serra. “La Grande Barriera Corallina è certamente minacciata dai cambiamenti climatici ma non è condannata a morte se affrontiamo con urgenza le emissioni di gas serra”, ha sottolineato Hughes. “Se gli obiettivi dell’accordo di Parigi saranno raggiunti – ha aggiunto lo studioso -, la barriera potrà sopravvivere come una combinazione tra coralli tolleranti al calore e quelli capaci di riprendersi”, anche se a risentirne sarà la biodiversità e l’estensione della barriera stessa. Ma se non porremo freni al riscaldamento globale, ha concluso Hughes, “il gioco sarà finito”. I dettagli sulla nuova ricerca sono stati pubblicati sulla rivista scientifica Nature.

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