Nelle ultime settimane molte prime pagine dei giornali francesi e tedeschi sono state dedicate all’antisemitismo: o meglio, a un “nuovo antisemitismo” che starebbe crescendo in Europa e che sarebbe una forma rinnovata di ostilità nei confronti degli ebrei, diversa da quella classica a cui siamo abituati a pensare, cioè quella in qualche modo collegata alle idee della Germania nazista.

In Francia e in Germania il dibattito è nato da una serie di recenti episodi, anche violenti, che hanno coinvolto persone di religione ebraica, e ha preso diverse declinazioni con molta poca chiarezza, però, sulla definizione e sul significato delle espressioni usate. Dal punto di vista storico e teorico, è complicato tracciare i confini del nuovo antisemitismo, confini che spesso nel dibattito giornalistico, nella percezione diffusa e nella politica si sono totalmente persi, generando conclusioni orientate, ambigue o definitive. Va detto subito che negli ultimi anni c’è stata invece ben poca discussione sul fatto che il nuovo antisemitismo non sia più solo un problema del mondo ebraico, ma di tutti e tutte.

Perché se ne parla
Lo scorso 22 aprile la cancelliera tedesca Angela Merkel aveva denunciato l’emersione in Germania di «un’altra forma di antisemitismo», portata avanti da alcuni rifugiati «di origine araba». Queste dichiarazioni erano state fatte dopo l’aggressione avvenuta a Berlino contro un ragazzo che per dimostrare quanto fosse pericoloso mostrarsi ebrei di questi tempi portava la kippa (l’aggressione era stata filmata e il video era circolato molto online). L’aggressore era un siriano che si era consegnato alla polizia e che viveva in un centro per richiedenti asilo. Dopo l’episodio, il presidente del Consiglio centrale degli ebrei di Germania aveva sconsigliato di portare la kippa per le strade delle grandi città, invito che era stato molto criticato dal presidente dell’Associazione europea degli ebrei. Mercoledì 25 aprile c’era stata comunque una grande manifestazione contro il nuovo antisemitismo di matrice islamica a Berlino, a Colonia e a Francoforte.

In Germania si è parlato di antisemitismo anche a causa di un altro episodio: l’assegnazione del premio Echo, un concorso musicale molto famoso, ai rapper Kollegah e Farid Band per il loro ultimo disco “Jung, brutal, gutaussehend 3”. In una canzone, i rapper dicono che i loro corpi sono scolpiti meglio di quelli dei detenuti di Auschwitz e dicono di voler far di nuovo l’Olocausto. Da quando il premio è stato consegnato, diversi altri vincitori hanno restituito il loro per protesta e il presidente dell’associazione che in Germania rappresenta i professionisti del settore ha annunciato le sue dimissioni dal comitato etico della manifestazione. Il 25 aprile, infine, l’associazione federale dell’industria musicale tedesca ha cancellato il concorso.

In Francia, invece, il 4 aprile del 2017 una donna ebrea di 65 anni, Sarah Halimi, era stata uccisa e gettata da una finestra di Parigi da un uomo al grido di “Allahu Akbar”. Dopo circa un anno, lo scorso marzo, i giudici hanno riconosciuto la circostanza aggravante dell’antisemitismo. Il 23 marzo, nell’undicesimo arrondissement di Parigi, Mireille Knoll, donna di 85 anni superstite dell’Olocausto, è stata trovata nella sua casa carbonizzata e pugnalata. L’indagine è ancora in corso, ma i due sospettati sono indagati per omicidio a sfondo antisemita. Dopo l’episodio diverse migliaia di persone hanno partecipato a una marcia bianca contro l’antisemitismo, durante la quale il presidente del Consiglio rappresentativo delle istituzioni ebraiche di Francia, Francis Kalifat, aveva chiesto che né La France insoumise (movimento di sinistra radicale guidato da Jean-Luc Mélenchon) né il Front national di Marine Le Pen vi prendessero parte («La sovrarappresentazione degli antisemiti tanto all’estrema sinistra che all’estrema destra rende questi due partiti inaccettabili»).

Questi due recenti episodi, uniti all’omicidio di Ilan Halimi nel 2006 (un ragazzo ebreo francese nato in Marocco, rapito e torturato per tre settimane), alla sparatoria in una scuola ebraica di Tolosa nel 2012 (quattro morti) e all’attentato all’Hyper Cacher del 2015 (altri quattro morti), ha messo in moto una serie di proteste nel paese e ha dato forza al dibattito sul “nuovo antisemitismo”.

Il nuovo antisemitismo
Diversi esperti e accademici con i termini “neo-antisemitismo” o “nuovo antisemitismo” definiscono una nuova ondata di antisemitismo, quindi di avversione etnica verso gli ebrei, che soprattutto nell’Europa occidentale ha preso forza dopo alcuni avvenimenti storici: la Seconda intifada, cioè la rivolta palestinese iniziata in seguito a una provocazione dell’allora capo dell’opposizione israeliana Ariel Sharon, che il 28 settembre del 2000 passeggiò nella Spianata delle Moschee, un luogo dove solitamente gli ebrei non vanno; il fallimento degli accordi di Oslo, con i quali gli israeliani riconobbero all’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) il diritto di governare su alcuni dei territori occupati e l’OLP da parte sua riconobbe il diritto di Israele a esistere rinunciando formalmente all’uso della violenza; e infine l’attacco alle Torri gemelle di New York dell’11 settembre 2001, compiuti da miliziani di al Qaida.

Dina Porat, a capo del Kantor Center dell’Università di Tel Aviv e storica dell’ente nazionale per la memoria della shoah di Israele, ha fatto riferimento al nuovo antisemitismo definendolo come una specie di «atmosfera» molto diffusa, legata all’ascesa dell’estrema destra, alle posizioni antisemite classiche dell’islam radicale e al discorso antisionista della sinistra, inteso come opposizione al riconoscimento di uno Stato nazionale ebraico.

In un intervento di qualche tempo fa, Porat ha spiegato che le differenze tra l’antisemitismo del Ventesimo secolo e il nuovo antisemitismo «sono la data d’inizio, le aree geografiche di violenza e gli attori sociali». Dal punto di vista storico il nuovo antisemitismo è iniziato nell’ottobre del 2000 in Medio Oriente con la seconda Intifada; dal punto di vista geografico «si esprime soprattutto nel mondo democratico in Europa occidentale e in Nord America, mentre prima era concentrato in Russia, America latina e paesi arabi». E anche gli obiettivi sono diversi: mentre prima, cioè dagli anni Novanta, «gli attacchi erano almeno al 60 per cento violazioni di cimiteri, dall’inizio del 2000 gli attacchi si sono rivolti alle sinagoghe e dal 2003 in poi le violenze si sono rivolte verso le persone, anche se continuano sporadiche violenze contro le sinagoghe». Un ultimo cambiamento ha a che fare con l’identità degli assalitori: nella metà degli anni Novanta erano aderenti a movimenti dell’estrema destra (che continuano ancora oggi), ora sono anche immigrati musulmani di prima e di seconda generazione. A questo si aggiunge la retorica contro Israele di alcuni esponenti dell’estrema sinistra.

Nuovo antisemitismo e antisionismo
A livello politico internazionale l’OSCE, l’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa, negli ultimi quindici anni si è occupata molto della questione del moderno antisemitismo e in buona parte delle conferenze che ha organizzato sul tema, come quella di Vienna nel 2003 e quella di Berlino nel 2004, ha lavorato proprio sulla definizione dell’espressione e sulle sue più recenti manifestazioni. Nella Dichiarazione di Berlino del 2004 si sottolinea che gli sviluppi politici in Medio Oriente non giustificano mai l’antisemitismo e che alcune manifestazioni di antisemitismo possono includere come obiettivo lo stato d’Israele, percepito come collettività ebraica. Si dice anche, però, che un atteggiamento critico verso Israele simile a quelli rivolti a qualsiasi altro paese non può essere definito antisemitismo. Eppure questa sovrapposizione è molto diffusa.

Nel 2016 Jonathan Sacks, massima autorità spirituale e morale ebraica ortodossa del Regno Unito, in una conferenza organizzata al Parlamento europeo di Bruxelles disse: «Oggi è in corso una terza fase storica dell’antisemitismo, mascherata da antisionismo». Per Sacks il nuovo antisemitismo è diverso dai due precedenti per il pretesto che ne sta alla base: «Nel Medioevo gli ebrei erano odiati per la loro religione, nel XIX secolo e all’inizio del XX per la loro razza. Oggi invece per il loro Stato nazione, Israele». Questo fa sì che «gli antisemiti neghino di esserlo».

Il nuovo antisemitismo, secondo molti, si identificherebbe necessariamente e in modo automatico con l’antisionismo. L’antisionismo sarebbe di conseguenza la parola “nuovo” che sta accanto alla parola “antisemitismo”: una forma di razzismo contro gli ebrei che utilizza argomentazioni politiche, cioè antisioniste. In una lettera pubblicata sul Foglio, l’ex presidente della Repubblica Giorgio Napolitano scriveva:

«Ciò che mi pare più che mai attuale è l’accento che ho posto sulla necessità di una battaglia ininterrotta e conseguente contro l’antisemitismo in qualsiasi sua veste e forma. E ho in particolare sempre inteso come non separabile da quella aberrazione storica anche l’ideologia dell’antisionismo, vero e proprio travestimento dell’antisemitismo, al cui rifiuto si rende formale ossequio, ma che in realtà si esprime negando le ragioni storiche della nascita stessa dello Stato di Israele, e quindi della sua vita indipendente e della sua sicurezza».

I rischi di questa associazione automatica sono però molti, sia da una parte che dall’altra. Gli antisionisti effettivamente antisemiti equiparano, semplificando, ogni ebreo a un israeliano e ogni israeliano a un colonizzatore di palestinesi, strumentalizzando la questione politica per mascherare un antisemitismo di fondo. Dall’altra parte, però, il rischio è non considerare fondate, tacciandole come antisemite, le ragioni di un’opposizione alle espressioni più radicali e nazionaliste del sionismo, inteso come forma di colonialismo, di negazione dell’autodeterminazione del popolo palestinese praticato attraverso l’assedio militare della Cisgiordania e di Gaza. Significa sostenere che l’ostilità verso Israele e l’ostilità verso gli ebrei siano la stessa cosa, confondendo lo stato ebraico con il popolo ebraico e mettendo al centro dell’identità ebraica un’entità politica.

Brian Klug, docente di filosofia a Oxford, in un lungo articolo di qualche anno fa si chiedeva: perché quando a superare la linea di quella coincidenza sono i sostenitori dei palestinesi diventano automaticamente degli antisemiti, mentre quando a superarla sono i sostenitori di Israele non diventano immediatamente dei razzisti o degli islamofobi? Per smontare l’automatismo dell’associazione, proponeva un’ipotesi: se Israele fosse quello che è oggi dal punto di vista dell’occupazione e dei confini ma non dal punto di vista dell’identità religiosa, e si chiamasse “Christiania”, l’ostilità nei suoi confronti sarebbe qualitativamente diversa? Brian Klug rispondeva di no, non negando che continuino a esistere attacchi antisemiti, ma il fatto che sia in atto una “guerra contro gli ebrei”. «Quando ogni antisionista diventa un antisemita, non sappiamo più come riconoscere la cosa reale e il concetto di antisemitismo perde il suo significato».

Lo scorso gennaio Neve Gordon, accademico israeliano che ha insegnato in diverse prestigiose università, ha scritto un articolo per la London Review of Books (tradotto qui) sul nuovo antisemitismo, sottolineando a sua volta la fondamentale distinzione che spesso si perde nel dibattito, quella tra critica allo stato di Israele e antisemitismo:

«La logica del “nuovo antisemitismo” può essere formulata come un sillogismo: 1) l’antisemitismo è odio verso gli ebrei; 2) essere ebrei vuol dire essere sionisti; 3) di conseguenza l’antisionismo è antisemitismo. L’errore riguarda la seconda proposizione. Le affermazioni secondo cui il sionismo si identifica con l’ebraismo, o che una simile equazione possa essere fatta tra lo Stato di Israele e il popolo ebraico, sono false. Molti ebrei non sono sionisti. E il sionismo ha molte caratteristiche che non sono in nessun modo insite o caratteristiche dell’ebraicità, ma piuttosto sono emerse dalle ideologie nazionaliste e del colonialismo di insediamento durante gli ultimi trecento anni. La critica del sionismo o di Israele non è necessariamente il prodotto di un’animosità verso gli ebrei; al contrario, l’odio verso gli ebrei non implica necessariamente l’antisionismo».

Neve Gordon sostiene che sia possibile essere sia sionisti che antisemiti: e fa riferimento alle affermazioni dei suprematisti bianchi negli USA o dei politici dell’estrema destra in tutta Europa, che professano «la propria ammirazione per il sionismo e per l’etnocrazia “bianca” dello Stato di Israele, pur esprimendo chiaramente le proprie opinioni antisemite in altre occasioni. Tre cose che attraggono questi antisemiti verso Israele sono: primo, il carattere etnocratico dello Stato; secondo, un’islamofobia che ritengono Israele condivida con loro; terzo, le politiche assolutamente dure di Israele verso i migranti non bianchi dall’Africa». Gordon ammette che in alcuni casi l’antisionismo si sovrapponga in parte all’antisemitismo, ma pensa anche che questo non dica poi molto «dato che una grande varietà di opinioni e di ideologie possono coincidere con l’antisemitismo». E ancora:

«Un esempio singolare ma molto efficace del “nuovo antisemitismo” ha avuto luogo nel 2005 durante il ritiro di Israele da Gaza. Quando sono arrivati i soldati per evacuare gli ottomila coloni che vivevano nella zona, alcuni di questi hanno protestato mettendo sui vestiti stelle gialle e insistendo che “non sarebbero andati come pecore al macello”.

Shaul Magid, il titolare della cattedra di “Studi ebraici” all’Università dell’Indiana, sottolinea che così facendo i coloni hanno dato dell’antisemita al governo e all’esercito israeliani. Ai loro occhi il governo ed i soldati meritavano di essere chiamati antisemiti non perché odiassero gli ebrei, ma perché stavano mettendo in atto una politica antisionista, danneggiando il progetto di fondazione del cosiddetto “Grande Israele”.

Questa rappresentazione della decolonizzazione come antisemita è la chiave per una corretta comprensione di quello che è in gioco quando la gente viene accusata del “nuovo antisemitismo”. (…)

C’è una certa ironia in questo. Storicamente la lotta contro l’antisemitismo ha inteso promuovere pari diritti e l’emancipazione degli ebrei. Quelli che denunciano il “nuovo antisemitismo” desiderano legittimare la discriminazione e la sottomissione dei palestinesi. Nel primo caso qualcuno che desidera opprimere, dominare e sterminare gli ebrei è bollato come antisemita; nel secondo, chi vuole partecipare alla lotta per la liberazione dal dominio coloniale è bollato come antisemita. In questo modo, ha osservato Judith Butler (filosofa femminista, ndr) “un desiderio di giustizia” è “ridefinito come antisemitismo”».

Gordon conclude dicendo che il governo israeliano «ha bisogno» del nuovo antisemitismo «per giustificare le sue azioni e per proteggerle dalla condanna interna ed internazionale. L’antisemitismo è effettivamente utilizzato come un’arma, non solo per soffocare il discorso – “non importa se l’accusa è vera”, scrive Butler, il suo intento è “causare sofferenza, provocare vergogna, e ridurre l’accusato al silenzio” – ma anche per sopprimere una politica per la liberazione».

Il punto è quindi come combattere l’antisemitismo senza promuovere l’ingiustizia o l’espropriazione nei territori palestinesi. E dice: «C’è una via d’uscita dal dilemma. Possiamo opporci a due ingiustizie in una volta. Possiamo condannare i discorsi di odio e i crimini contro gli ebrei, (…) o l’antisemitismo dei partiti politici di estrema destra europei, e allo stesso tempo denunciare il progetto coloniale di Israele e appoggiare i palestinesi nella loro lotta per l’autodeterminazione. Ma per portare avanti questi compiti congiuntamente, bisogna prima rifiutare l’equazione tra antisemitismo e antisionismo». Cioè, la strumentalizzazione alle critiche contro alcune politiche dello stato di Israele. L’operazione però andrebbe fatta specularmente: molti antisemiti considerano ogni ebreo, in quanto tale, un sionista, colpevole o comunque responsabile per ragioni etniche di quello che fa Israele.

Nuovo antisemitismo e antisemitismo musulmano
Lo scorso 21 aprile in Francia, dopo gli ultimi episodi di violenza, più di 300 persone hanno reagito firmando un “manifesto contro il nuovo antisemitismo” pubblicato sul quotidiano Le Parisien: è stato sottoscritto da Philippe Val, ex direttore di Charlie Hebdo, dall’ex presidente della Repubblica Nicolas Sarkozy, dall’ex primo ministro socialista Manuel Valls, da altri due ex primi ministri, dall’ex sindaco di Parigi Bertrand Delanoe, da politici sia di destra che di sinistra, da rappresentanti di diverse religioni e da intellettuali e artisti come Gérard Depardieu, Charles Aznavour, Françoise Hardy, Alain Finkielkraut o Bernard-Henri Lévy.

Il manifesto sostiene la recente pubblicazione di un libro collettivo intitolato “Il nuovo antisemitismo in Francia” e fa riferimento a una serie di dati e numeri del ministero dell’Interno francese: dall’inizio del 2000 gli ebrei francesi hanno assistito a un aumento degli atti antisemiti. Nonostante nel 2017 ci siano stati meno episodi rispetto al 2016, quelli che si sono verificati sono stati di natura più violenta. L’aumento della violenza farebbe parte di ciò che i firmatari del manifesto chiamano un “nuovo antisemitismo”, portato avanti non dall’estrema destra ma dai migranti musulmani. Il manifesto denuncia il mancato riconoscimento di questo “antisemitismo musulmano” e vale la pena leggerlo tutto, per capire poi le critiche che sono state fatte:

«L’antisemitismo non è affare degli ebrei, è affare di tutti. I francesi, la cui maturità democratica è stata misurata dopo ogni attacco islamista, stanno vivendo un tragico paradosso. Il loro paese è diventato teatro di un antisemitismo mortale. Questo terrore si diffonde, provocando sia la condanna popolare che il silenzio mediatico che la recente marcia bianca ha contribuito a spezzare.

Quando un primo ministro all’Assemblea Nazionale dichiara, tra gli applausi dell’intero paese, che la Francia senza gli ebrei non sarebbe più la Francia, non fa ricorso a una bella frase consolatrice ma a un avvertimento solenne: la nostra storia europea, e in particolare quella francese, per ragioni geografiche, religiose, filosofiche, legali, è profondamente legata a culture differenti, tra le quali il pensiero ebraico è decisivo. Nella nostra storia recente, undici ebrei sono stati assassinati – e alcuni torturati – perché ebrei, da islamisti radicali.

Tuttavia, la denuncia dell’islamofobia – che non è il razzismo anti-arabo da combattere – nasconde le cifre del ministero dell’Interno: gli ebrei francesi hanno 25 volte più probabilità di essere aggrediti rispetto ai loro concittadini musulmani. Il 10 per cento dei cittadini ebrei dell’Ile-de-France – vale a dire circa 50.000 persone – è stato recentemente costretto a trasferirsi perché non era più al sicuro in alcune città e perché i suoi figli non potevano più frequentare la scuola pubblica. Questa è una pulizia etnica passata sotto silenzio nel paese di Émile Zola e di Clemenceau.

Perché questo silenzio? Perché la radicalizzazione islamista – e l’antisemitismo che veicola – è considerata da una parte delle élite francesi come l’espressione di una rivolta sociale, mentre lo stesso fenomeno si osserva in società molto diverse tra loro come la Danimarca, l’Afghanistan, il Mali o la Germania. Perché al vecchio antisemitismo dell’estrema destra, si aggiunge l’antisemitismo di una parte della sinistra radicale che ha trovato nell’antisionismo (vedi sopra, ndr) l’alibi per trasformare i carnefici degli ebrei in vittime della società. Perché i calcoli elettorali dicono che il voto musulmano è dieci volte più numeroso del voto ebraico.

Nella marcia bianca per Mireille Knoll, c’erano imam consapevoli che l’antisemitismo musulmano è la più grande minaccia per l’Islam nel Ventunesimo secolo e per il mondo di pace e libertà in cui hanno scelto di vivere. Vivono, per la maggior parte, sotto la protezione della polizia. Il che la dice lunga sul terrore che esercitano gli islamisti sui musulmani in Francia.

Pertanto, chiediamo che i versetti del Corano che vogliono l’omicidio o la punizione degli ebrei, dei cristiani, dei non credenti siano dichiarati obsoleti dalle autorità teologiche, come accadde per le incoerenze della Bibbia e per l’antisemitismo cattolico abolito dal Vaticano II, in modo che nessun credente possa fare affidamento su un testo sacro per commettere un crimine.

Ci aspettiamo che l’Islam di Francia apra la strada. Chiediamo che la lotta contro questo fallimento democratico che è l’antisemitismo diventi una causa nazionale prima che sia troppo tardi. Prima che la Francia non sia più la Francia».

Il manifesto ha causato un’ampia discussione. Le Monde ha scritto che Anouar Kbibech, vicepresidente del Consiglio francese del culto musulmano, si è rifiutato di firmarlo: «Non per il principio, perché è encomiabile», ma perché il manifesto fa confusione tra islamisti radicali e musulmani nel loro complesso: «Si insinua che il musulmano sia potenzialmente un antisemita, fino a prova contraria. Dire qualcosa contro l’islamismo radicale, mentre si punta il dito contro tutti i musulmani, è controproducente». Infine Kbibech ha ricordato ai firmatari che i versetti del Corano che sono considerati dai musulmani una rivelazione divina possono essere interpretati, ma non possono essere abrogati.

Tareq Oubrou, famoso imam francese della grande moschea di Bordeaux, in un’intervista all’Atlantic ha detto a sua volta che l’interpretazione del Corano presente nel manifesto «è quasi blasfema». Dire che ci sono dei versetti antisemiti è come mettersi sullo stesso piano delle interpretazioni falsificate e promosse da quei musulmani radicali che la Francia cerca di combattere: «Musulmani ignoranti che rimuovono i testi dal loro contesto storico».

Trenta imam francesi hanno anche pubblicato una lettera su Le Monde sostenendo più o meno la stessa cosa, e portando il dibattito sul ruolo teologico dell’Islam nel guidare il terrorismo: i jihadisti sono devoti musulmani che vedono la violenza come un obbligo religioso o sono criminali alla ricerca di una causa per cui combattere? La lettera riconosce che, nonostante i fattori non religiosi che guidano la violenza in nome dell’Islam, le autorità religiose devono avere un ruolo fondamentale nel combatterla.

Sull’edizione francese di Slate è stato pubblicato in un lungo articolo la critica più forte e puntuale al manifesto: si dice che parte da una giusta causa, ma che procede per slogan e che rappresenta un atto di accusa contro tutti i musulmani di Francia, considerati come stranieri rispetto alla vera identità del paese: «Non discuto la buona volontà dei firmatari. Mi piacerebbe, umilmente, che misurassero il rischio e le loro parole», dice il giornalista Claude Askolovitch, che si definisce un “ebreo laico”.

Per lui, il manifesto mostra una logica molto diffusa nei discorsi moderni contro il nuovo antisemitismo: la lotta per gli ebrei come componente della lotta per l’identità francese, un’identità che è però escludente e che si esprime in un sillogismo: la Francia senza gli ebrei non sarebbe se stessa? Gli ebrei sono le vittime dei musulmani? La Francia, per questi musulmani, non sarà più la Francia. O meglio: la Francia, per tutti i musulmani, non sarà più la Francia. Questo passaggio fondamentale, dice, attraversa tutto il dibattito senza che spesso venga percepito e riassumibile nella formula: la difesa dell’ebreo implica il rifiuto dell’islam. Il fatto che il manifesto abbia raccolto così tanti consensi, diffusi e differenti, mostra che sta crescendo un’ideologia dominante che condanna l’antisemitismo ma ammette un certo sentimento negativo verso i musulmani. E se si parla molto poco di antisemitismo, dice, è perché sui media si parla moltissimo di islamofobia.

Askolovitch contesta il manifesto punto per punto: la frase sugli ebrei francesi che hanno 25 volte più probabilità di essere aggrediti rispetto ai loro concittadini musulmani è paradossale, dice, come se fosse necessario calibrare la sofferenza degli ebrei «con il metro di una presunta tranquillità musulmana» e come se fosse necessario «opporre l’ebreo, figlio della Francia, al “concittadino musulmano” che si suppone essere molto più musulmano che concittadino». Sulle modifiche richieste al Corano: «La pratica e il tempo hanno lavato le scorie del Corano tranne che negli ambienti radicali, sui quali nessuno ha influenza e certamente non le istituzioni. Non riformiamo, dunque, assediando i credenti».

La paura dominante espressa nel manifesto, dice infine, è l’idea che la Francia diventi un paese “troppo musulmano” e il recente antisemitismo è diventato un nuovo elemento di prova di questo timore: «Una buona ragione, progressista, per odiare quelli, velati, barbuti, che non vogliamo». Gli episodi di cronaca citati nel manifesto non hanno tutti a che fare con la matrice antisemita e l’odio religioso. Le vittime vengono strumentalizzate e «l’individuazione del nemico supera la verità dei morti». E prosegue: il capo della banda che ha rapito e torturato Ilan Halimi nel 2006 ha detto di averlo fatto perché “gli ebrei hanno i soldi”, facendo riferimento al repertorio classico degli stereotipi antisemiti. Che però sono vivi e vegeti in ​​Francia, oggi: i dati di un’indagine del 2016 dicono ad esempio che il 35 per cento dei francesi crede che gli ebrei «abbiano un rapporto particolare con il denaro», il 40 per cento pensa che «per gli ebrei francesi, Israele conti più della Francia» e il 22 per cento crede che «gli ebrei abbiano troppo potere». La conclusione di Askolovitch è che il nuovo antisemitismo non esista o che non tenga conto della storia della Francia che ha avuto a che fare con l’antisemitismo: davvero si può parlare del nuovo antisemitismo di cui sarebbero portatori i musulmani, all’interno di un contesto, quello francese, che ne sarebbe totalmente immune?

L’Atlantic sembra rispondere da lontano all’articolo di Slate: non tenere conto del fatto che i migranti che arrivano in Europa provengano da paesi a maggioranza musulmana dove l’antisemitismo occupa un posto di rilievo e dove la credenza nelle teorie complottiste antisemite è diffusa, sarebbe altrettanto grossolano. Sarebbe insomma sbagliato presumere che ogni rifugiato siriano abbia gli atteggiamenti antisemiti dell’ex ministro della Difesa siriano, che ha pubblicato un libro antisemita, ma sarebbe ugualmente fuorviante negare che molti siriani (presi in questo caso come esempio) siano stati profondamente influenzati dagli ambienti in cui sono cresciuti.

Per quanto riguarda la Germania, l’Atlantic fa notare che anche dall’altro punto di vista le cose vadano contestualizzate e guardate nel loro insieme: Alternativa per la Germania (AfD) è un partito di estrema destra che alle elezioni del settembre 2017 ha quasi triplicato i suoi voti, passando dal 4,7 del 2013 al 12,6 per cento, riuscendo per la prima volta a eleggere deputati nel parlamento nazionale. AfD è spesso accusata di avere tra i suoi dirigenti dei simpatizzanti del neonazismo che hanno come bersaglio sia i musulmani che gli ebrei. Uno dei suoi leader, Björn Höcke, ha definito il monumento all’olocausto di Berlino un «memoriale della vergogna». Non è musulmano.

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