Anche in Italia è cominciato il mese del Pride, cioè la stagione delle manifestazioni promosse dai movimenti che difendono i diritti delle persone gay, lesbiche, bisessali, transessuali, queer e intersessuali. Le manifestazioni si concentreranno a giugno (a causa degli storici scontri di Stonewall del giugno 1969) ma in Italia si concluderanno il prossimo settembre a Palermo. Come ogni anno da diversi anni, molte persone cominciano in questo periodo a chiedersi se abbia (ancora) senso l’organizzazione di parate come i Pride, soprattutto nei paesi dove teoricamente sono stati riconosciuti pari diritti a tutti e a tutte le persone a prescindere dal loro orientamento sessuale: e si sentono anche frasi come “è solo una carnevalata”, “siete voi che vi ghettizzate”, “allora facciamo anche l’etero Pride”, “avete tutto”.

Negli ultimi anni molti hanno espresso il loro disappunto anche per le modalità dei Pride, che si sono evoluti in spettacoli, anche con importanti sponsorizzazioni commerciali. Queste critiche provengono molto spesso da persone che non capiscono che cosa sia tutta questa faccenda del “Pride”, a cominciare dal significato della parola in inglese: l’Orgoglio.

Una coppia durante il Pride di Londra, 1996. (Steve Eason/Hulton Archive/Getty Images)

Premessa
Sarebbe più corretto infatti dire semplicemente “Pride” e non “Gay Pride”, sebbene la seconda formula sia ampiamente più usata: non si parla infatti di una manifestazione organizzata solo per i diritti delle persone gay, ma anche delle persone lesbiche, bisessuali, transessuali e intersessuali, e di ogni soggettività con un orientamento sessuale considerato non conforme (il tutto riassumibile nella formula comunque non esaustiva LGBTQI). Cosa vogliono dire tutte queste parole? Lo trovate spiegato qui.

Non si fa solo per sé
La prima e più banale risposta sull’opportunità di organizzare oggi il Pride ha a che fare con il semplice fatto che un diritto non è mai conquistato per sempre, e che comunque con la legge si può arrivare solo fino a un certo punto. Il Pride, dunque, conta ancora perché resta molto lavoro da fare: se in Italia per esempio oggi le persone omosessuali si possono unire civilmente con diritti pari a quelli del matrimonio (ma non si chiama matrimonio e non permette le adozioni, né è stata approvata una legge contro l’omofobia), l’espressione sessuale delle soggettività cosiddette non conformi è ancora molto attaccata (basti citare le posizioni del nuovo ministro della Famiglia e della Disabilità Lorenzo Fontana). Il movimento LGBTQI non riguarda solo diritti e libertà legislative, ma anche libertà sociali e culturali che spesso non vanno alla pari con la legge.

E poi, non si scende in piazza solo per sé: in molte parti del mondo le persone LGBTQI sono punite, torturate e allontanate dalle loro comunità. In 72 paesi, secondo la più recente ricerca dell’organizzazione internazionale ILGA, essere omosessuali è un reato. Se in molte parti del mondo i Pride sono occasioni gioiose, piene di divertimento e allegria, in altre non c’è niente da festeggiare: sono soprattutto manifestazioni militanti e rivendicative perché ci sono gay e lesbiche che combattono innanzitutto per la loro sopravvivenza e per la loro incolumità.

Il Pride di Hyderabad, India, 3 febbraio 2013 (AP Photo/Mahesh Kumar A.)

Il Pride può funzionare dunque come una leva per ottenere visibilità e influenza dove i pari diritti non ci sono, e per il riconoscimento sociale dove i diritti sono previsti. Una celebrazione annuale non risolve le cose, ma è per moltissimi un’occasione di ispirazione e di motivazione.

Memoria
I Pride sono anche un ricordo di tutte le persone che hanno marciato nel recente passato e il simbolo del percorso che è stato fatto nel mondo per raggiungere alcuni obiettivi.

La prima marcia dell’Orgoglio si tenne nel giugno 1970, e da allora ogni anno, nell’anniversario del 28 giugno 1969: il giorno degli scontri di Stonewall. A quel tempo non c’era nessun movimento LGBTQI negli Stati Uniti. Le associazioni omosessuali si trovavano solo a San Francisco, Los Angeles, Washington e New York, i pochi omosessuali dichiarati che ne facevano parte chiedevano solo di esser lasciati vivere senza venir discriminati sul lavoro o minacciati. Il Manuale diagnostico e statistico dell’Associazione statunitense di psichiatria definiva l’omosessualità come una malattia mentale; alle leggi contro l’amore omosessuale, sopravvissute a lunghissimo in alcuni stati, si aggiungevano norme che di fatto che impedivano, anche a New York, il funzionamento di associazioni, locali, attività: le autorità spesso chiudevano un occhio, salvo metter loro pesantemente i bastoni tra le ruote ogni volta che capitava.

La sera del 27 giugno 1969 era un venerdì e c’erano moltissime persone allo Stonewall Inn. Il locale di Christopher Street, nel Greenwich Village, era uno dei più noti locali gay di Manhattan, discretamente appartato dall’esterno e periodicamente tartassato dalla polizia con una scusa o l’altra. Era frequentato da pochi vistosi travestiti e molti anonimi clienti, soprattutto giovani. Quel venerdì verso mezzanotte sei agenti della polizia di New York, quattro uomini e due donne, arrivarono allo Stonewall con un mandato per controllare che non venissero venduti alcolici, per cui i gestori non avevano mai ottenuto la licenza (fino a due anni prima nessun locale poteva servire alcolici agli omosessuali, per legge).

Uno scontro tra giovani e alcuni poliziotti al Greenwich Village, dopo una marcia a favore degli omosessuali, nell’agosto del 1970 (AP Photo)

Il mandato era pretestuoso, il reato tollerato in mille altri casi, ma quella divenne un’occasione: i poliziotti minacciarono i presenti e iniziarono a rompere oggetti a colpi di manganello, poi fecero uscire i clienti a uno a uno. Quella sera qualcuno reagì: per la prima volta le persone resistettero all’intimidazione tutte insieme, uomini e donne, gay e eterosessuali. Volarono bicchieri e sgabelli, i poliziotti furono presto in difficoltà e bloccati all’interno, mentre fuori una folla di centinaia di persone, in parte espulse dal locale, in parte accorse dai dintorni, resisteva all’arrivo dei rinforzi, accendeva falò e partecipava ai tumulti da cui nacque il movimento omosessuale statunitense. Gli scontri durarono un paio d’ore (nella notte, e la data simbolica è quella del 28 giugno), con alcuni feriti e una dozzina di arrestati. I quotidiani newyorkesi (e persino il progressista Village Voice) riferirono l’accaduto con ironie volgarissime a base di “mascara che colava”, scrivendo di “api regine che pungono”, rinforzando l’orgoglio delle persone che erano insorte.

Nelle sere successive le manifestazioni davanti allo Stonewall ripresero e si scontrarono ancora con la polizia che voleva disperderle. Lo Stonewall è ancora oggi in Christopher Street: è stato rilevato e riaperto nel 2007 dopo un anno di chiusura ed è stato dichiarato monumento nazionale.

Sostegno degli alleati e delle alleate
Sul sito dei Pride italiani – che si chiamano quest’anno “Onda Pride” – si dice che l’Onda «nasce dalla volontà comune di mettere in rete le tante e diverse realtà dell’associazionismo LGBTI per coinvolgere le istituzioni, i cittadini e le cittadine, amici e amiche, familiari e vicini di casa in un grande sforzo unitario per chiedere diritti, uguaglianza e visibilità per tutte le persone e tutte le famiglie, senza discriminazioni per orientamento sessuale e identità di genere».

Un momento del Pride di New York, 26 giugno 1994 (AP Photo/Betsy Herzog)

Lo scopo dei Pride – che hanno molta popolarità e sono frequentatissimi anche da persone eterosessuali – è unire le persone nella lotta per i diritti, coinvolgere gli alleati e le alleate dirette, costruire con loro nuove relazioni, secondo gli organizzatori. I Pride dovrebbero funzionare quindi anche come un dispositivo per fare rete tra i diversi movimenti, cosa non sempre scontata: alcuni movimenti femministi, per esempio, stanno costruendo solo di recente nuove alleanze con i movimenti LGBTQI (Non Una di Meno in Italia, per esempio, si definisce un movimento transfemminista: considera cioè il genere assegnato alla nascita una costruzione sociale che controlla e limita i corpi per adattarli all’ordine sociale eterosessuale e patriarcale).

Un’attivista femminista al Pride di Cali, Colombia, 26 giugno 2016 (LUIS ROBAYO/AFP/Getty Images)

Il Pride è insomma una manifestazione inclusiva. Per le persone cisgender che vi partecipano – cioè le persone che si sentono a proprio agio con il genere che è stato loro assegnato alla nascita – è spesso l’unica vera esposizione pubblica alla cultura LGBTQI: molte persone cisgender sostengono pienamente il diritto all’uguaglianza, ma per tutto l’anno il loro è un supporto per lo più silenzioso. Avere un sostegno pubblico molto ampio e trasversale è dunque fondamentale: non bisogna essere lesbiche per volere il matrimonio tra persone dello stesso sesso, come non bisogna essere donne per volere una legge contro la violenza sulle donne.

Visibilità che dà coraggio
Le persone cisgender sono le più visibili al mondo, perché le loro relazioni, la loro sessualità e la loro espressione sono considerate “normali”, normative e quindi replicate ovunque. Le persone cisgender si tengono per mano mentre camminano per la strada senza paura di essere per questo insultate, derise, minacciate o picchiate, esperienza invece pressoché quotidiana per tutti gli altri. Guardano spettacoli, film, ascoltano musica, leggono libri e vedono pubblicità che per la maggior parte sono centrate sulle loro relazioni e sulla loro espressione di genere. Quando si accusano le persone omosessuali di “mettersi in mostra” durante il Pride bisognerebbe tener conto che le persone eterosessuali mettono in mostra la loro eterosessualità tutto il giorno, ogni giorno, in ogni parte del mondo, e non si sentono mai minacciate per la loro identità. L’eterosessualità è la norma su cui il resto si misura: che non esista l’Etero Pride, dunque, è non solo scontato ma anche una fortuna.

Gli eterosessuali perplessi sui Pride possono fermarsi a pensare a come ci si può sentire a marciare attraverso una città esprimendo liberamente chi si è, chi si ama e ciò che si desidera senza alcuna paura, quando non è possibile farlo allo stesso modo negli altri giorni. Ci si può fermare a pensare a quello che può provare un bambino o un adolescente che sanno di non essere eterosessuali e magari non l’hanno ancora detto a nessuno, e intanto subiscono condizionamenti dalla famiglia, dall’oratorio, dai compagni o dalle dichiarazioni di un ministro. Guardare chi celebra l’Orgoglio – che spesso è l’inizio del processo di guarigione da un trauma e che è una posizione positiva contro la discriminazione, lo stigma e la violenza – può far capire loro che non sono soli, che le cose potranno migliorare, che è possibile essere liberi di essere quello che si è.

San Francisco, 27 giugno 1982 (AP Photo/Carl Viti)

Su Internet esistono moltissime testimonianze di persone che hanno raccontato quanto aver visto gay e lesbiche fuori per le strade come protagonisti – o quanto trovarsi per la prima volta circondate da tanti altri sorridenti e solidali intorno – le abbia aiutate a superare le paure: «La prima volta che ho partecipato a una Pride Parade dopo aver fatto coming out è stata un’esperienza profondamente significativa per me. Camminare in quella parata non significava solo divertirmi; era una dichiarazione di auto-accettazione personale. Era una dichiarazione che facevo davvero parte della comunità LGBT e che non volevo più nasconderlo. È stata una sensazione incredibile trascorrere un’intera giornata e una serata in giro con questa tribù mista di persone che celebravano apertamente quello che sono».

Improvvisamente si capisce allora come una semplice parata possa significare molto di più per le persone che vi partecipano e anche per tutti gli altri.

Divertimento ed eccessi: perché no?
Diversità e divertente hanno la stessa etimologia: celebrare la propria diversità può essere divertente. Prima ancora che “perché sì” però bisognerebbe porsi la domanda opposta: perché no?

Molte critiche al Pride hanno a che fare con i presunti eccessi del Pride, che è nato però proprio per essere visibile quando alcune persone – e torniamo a Stonewall – hanno deciso di uscire per la strada e di mostrarsi per quello che erano, nonostante diffidenze e insulti. Esistono tutto l’anno tantissime manifestazioni per i diritti LGBTQI che sono meno “eccessive”, e di cui i media non parlano – o che non fotografano – quanto un Pride. I colori e le esibizioni del Pride contribuiscono a rendere visibile il Pride: il corteo ha proprio l’obiettivo di rivendicare ed esporre ciò che qualcuno vorrebbe restasse invisibile.

Diversi attivisti hanno poi fatto notare come la nudità non sia un gran problema quando si accende la tv e si vedono molte donne in mutande o reggiseno o il carnevale di Rio, e come di conseguenza la critica alla nudità solo nel determinato contesto del Pride non sia onesta e sincera verso il fatto in sé, ma verso la sostanza della questione.

Pride di Londra,, 24 giugno 1995 (Steve Eason/Hulton Archive/Getty Images)

Dal 2008 in poi, in questo periodo dell’anno comincia a circolare online un post molto chiaro su questo punto scritto dal blogger e attivista statunitense Joe Jervis intitolato “Watching the defectives” e rivolto soprattutto alle critiche interne: quelle avanzate da persone LGBTQI o comunque solidali con la causa che sostengono che il Pride così praticato “metta in cattiva luce” l’intera causa o possa essere moralmente offensivo, volgare, osceno o di cattivo gusto per la “gente comune”:

«Avete presente quelle persone gay che cercano di curare i loro problemi di autorappresentazione/di autostima eliminando selettivamente alcuni dei nostri figli dagli eventi del Pride? Mi disgustano. Mi fanno inorridire. Mi imbarazzano profondamente. A loro voglio dire: la strada su cui adesso camminate con quell’aria da spacconi è stata spianata/lastricata da quelle checche e quei feticisti del cuoio di cui adesso vi lamentate mentre allenate la vostra “mascolinità” e fate la faccia da duri. Se volete vivere nella casa che LORO HANNO COSTRUITO, sarà meglio che dimostriate di saperlo. L’unione fa la forza, sprezzanti stronzetti. Lo scontro culturale in America non si risolverà allontanando le persone più appariscenti. Concludo facendo un ultimo riferimento ebraico. Probabilmente avete sentito la battuta con cui gli ebrei riassumono il senso di tutte le festività ebraiche. Dice così: “Hanno cercato di ucciderci. Abbiamo vinto noi. Mangiamo.” La mia versione per il Pride? “Volevano che fossimo invisibili. Non lo siamo. Balliamo”».

Un altro articolo pubblicato l’anno scorso sullo Huffington Post dall’attivista Raymond Miller risponde alle critiche interne con argomenti validi anche per le critiche in generale: certe perplessità non fanno che assecondare, di fatto, gli argomenti e le posizioni di chi è contro i diritti degli omosessuali.

«Negli ultimi giorni, in diversi commenti, ho letto dichiarazioni da parte di alcuni uomini gay del tipo: “Mi accettano perché non ho niente in comune con quei maniaci sessualmente deviati che sfilano ai pride”. Be’ non è vera e propria accettazione. È tolleranza condizionata. Non sto dicendo che tutti devono calarsi i pantaloni e marciare nudi (neanche io ho mai marciato nudo), ma dov’è la nota positiva se la tolleranza che vi è concessa dipende da regole del gioco imposte da altri? E che progresso si ottiene se tu vieni tollerato, ma quanti fanno parte della tua vita continuano a nutrire un odio profondo per i membri della nostra comunità che non sono come te?

Ogni anno, puntuale come un orologio, nei commenti agli articoli sui pride e sui profili Facebook leggo gente che scrive: “I gay pride mi fanno vergognare di essere gay”.

Quando qualcuno accampa una scusa per vergognarsi di essere gay, in realtà sta solo dicendo che si vergogna comunque di esserlo. Punto. “I gay effeminati” non sono il motivo per cui vi vergognate di essere gay. “Le relazioni aperte” non sono il motivo per cui vi vergognate di essere gay. “Le puttanelle gay promiscue” non sono il motivo per cui vi vergognate di essere gay. “La nudità nei Pride” non è il motivo per cui vi vergognate di essere gay. “Le drag queen” non sono il motivo per cui la vostra città, la vostra famiglia, sono omofobe. Sono tutte scuse. Il motivo per cui ancora vi vergognate di essere gay è l’eccessiva importanza che accordate a ciò che pensano gli anti-LGBTQ. È semplice. Avete interiorizzato il loro malanimo nei confronti degli esponenti LGBTQ, e incolpate gli stessi bersagli del loro odio per la vostra vergogna, la vostra insicurezza.

Il Pride non è il momento giusto per sprecare la nostra energia a preoccuparci di (o anche solo a contemplare) quello che gli anti-LGBTQ dicono o pensano. In tanti dedicano fin troppo tempo della loro giornata a fare solo questo. Partecipate alle celebrazioni dei Pride e concedetevi qualche giorno, o almeno qualche ora, per essere esattamente quello che siete, in qualsiasi modo vogliate, senza preoccuparvi di quello che potrebbe pensare di voi (o delle persone intorno a voi) qualche bigotto ipocrita.

Il Pride non è il momento giusto per soddisfare gli ideali anti-LGBTQ. Non è il momento per mostrare agli anti-LGBTQ tutti i modi in cui siamo come loro. Non è il momento per pensare agli anti-LGTBQ.

Il Pride è il nostro momento, non il loro».

Pride di Barcellona, 8 luglio 2017 (PAU BARRENA/AFP/Getty Images)

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