La Commissione Europea ha multato Google per 4,34 miliardi di euro, accusando l’azienda statunitense di avere abusato della propria posizione dominante sul mercato dei sistemi operativi per smartphone tramite il suo Android. La multa è molto superiore rispetto a quella da 2,4 miliardi di euro emessa lo scorso anno dalla Commissione per un altro caso di violazione della concorrenza, legato al modo in cui Google mostrava i risultati per le ricerche online legate allo shopping. La nuova multa potrebbe avere pesanti conseguenze per Google nel settore degli smartphone, una delle sue attività più redditizie. Per farsi un’idea della cifra: Alphabet – la holding che controlla Google – ha concluso il 2017 con un fatturato pari a 95,4 miliardi di euro, con un utile netto di 11 miliardi di euro.

Google dovrà interrompere le pratiche ritenute illecite dalla Commissione Europea entro 90 giorni. Nel caso in cui non rispetti la richiesta, potranno essere richieste ulteriori penalità “fino al 5 per cento del giro d’affari mondiale medio giornaliero di Alphabet”.

Secondo la Commissione Europea, Google negli ultimi anni ha adottato precise strategie commerciali volte a favorire Android rispetto ai sistemi operativi della concorrenza, con politiche che di fatto hanno obbligato i produttori ad adottare i suoi sistemi e servizi a scapito degli altri disponibili. Android è usato sull’80 per cento circa degli smartphone in giro per il mondo, senza contare gli altri dispositivi come smartwatch, tablet e sistemi di guida. Android viene fornito senza commissioni ai produttori, ma a condizioni che – secondo la Commissione – li obbligano a inserire le applicazioni fornite da Google, sulle quali l’azienda ricava grazie alla pubblicità e ai servizi a pagamento.

La Commissaria per la concorrenza nell’Unione Europea, Margrethe Vestager, ha concluso che Google abbia utilizzato sistemi “illeciti” per costringere i produttori di smartphone a preinstallare le applicazioni e i servizi di Google, come il motore di ricerca e il browser Chrome, ponendoli come condizione per potere accedere a Google Play, lo store dove si scaricano le applicazioni per Android. Nulla vieta ai produttori di utilizzare sistemi alternativi a Google Play, ma la gestione di store paralleli è complicata, costosa e offre un’esperienza poco immediata agli utenti, abituati ad accedere a quello ufficiale e più conosciuto di Google.

(Commissione Europea)

Vestager ha inoltre accusato Google di avere dato incentivi finanziari ai produttori di dispositivi se questi avessero impiegato Google come motore di ricerca predefinito, al posto di altri sistemi analoghi. La pratica è ritenuta contraria alla libera concorrenza, soprattutto considerata la posizione dominante di Google nel settore delle ricerche online. La Commissione ha ritenuto sanzionabili altre restrizioni imposte da Google, che di fatto impediscono ai produttori di smartphone di adottare sistemi operativi concorrenti di Android, ma basati sul codice sorgente di quest’ultimo.

Sulla base delle indagini condotte finora, la Commissione Europea ha quindi chiesto a Google di terminare tutte le pratiche ritenute contrarie alla libera concorrenza. Secondo Vestager, infatti, le strategie commerciali impiegate da Google hanno rafforzato ulteriormente la sua posizione dominante sul mercato delle ricerche online, hanno ridotto la possibilità per i produttori di altre app di competere alla pari e hanno impedito a sistemi operativi alternativi di emergere e di avere spazi in cui sopravvivere, senza essere schiacciati dalla concorrenza.

Già durante la lunga fase delle indagini, i legali di Google avevano difeso le attività dell’azienda, sostenendo che la Commissione non avesse compreso i meccanismi che fanno funzionare Android e avesse trascurato le scelte dei consumatori, proprio orientate verso i servizi di Google. Secondo la società statunitense, la Commissione ha inoltre sottovalutato altri aspetti del mercato degli smartphone, come l’esistenza di Apple e dei suoi iPhone nel settore. Su questo punto, la Commissione Europea ha invece spiegato di avere tenuto in considerazione Apple, arrivando a queste conclusioni:

La Commissione ha comunque svolto indagini per valutare in che misura la concorrenza per gli utenti finali (a valle), in particolare tra i dispositivi Apple e Android, potesse limitare indirettamente il potere di mercato di Google per quanto riguarda la concessione di Android in licenza ai produttori di dispositivi (a monte), concludendo che questo tipo di concorrenza non limita in misura sufficiente Google a monte, per una serie di ragioni, tra le quali:
• il fatto che le decisioni di acquisto degli utilizzatori finali sono influenzate da una serie di fattori (quali le caratteristiche degli hardware e la marca dei dispositivi), che sono indipendenti dal sistema operativo mobile;
• il fatto che i dispositivi Apple sono solitamente più onerosi dei dispositivi Android e che pertanto possono non risultare accessibili ad un’ampia porzione della base di utenti dei dispositivi Android;
•il fatto che gli utenti dei dispositivi Android che decidono di passare ai dispositivi Apple devono sostenere costi di trasferimento, consistenti ad esempio nella perdita di applicazioni, dati e contatti, oltre che dover imparare a utilizzare un nuovo sistema operativo e
• il fatto che anche se gli utenti finali decidono di passare da un dispositivo Android ad un dispositivo Apple, gli effetti sulle attività principali di Google sono limitati in quanto Google Search è il motore di ricerca di default dei dispositivi Apple ed è quindi probabile che gli utenti Apple continuino ad utilizzare Google Search per le loro ricerche.

Le accuse sulla presenza “obbligata” delle app di Google sugli smartphone con Android sono sempre state respinte dall’azienda. La difesa è che qualsiasi app che non sia di Google, e offra servizi alternativi ai suoi, sia sempre disponibile a pochi clic di distanza attraverso gli store per le applicazioni. Questo renderebbe secondo Google impossibile la concorrenza sleale o l’esclusione dei concorrenti, confermando quindi la possibilità per chiunque di competere su Android. Infine, Google sostiene da sempre che le regole sulle app da precaricare su Android siano state pensate per far funzionare al meglio Android, offrendo agli utenti le cose che si aspettano di trovare su uno smartphone.

Dopo l’annuncio della multa, Google ha comunicato che farà ricorso in appello.

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