Credit: John Hopkins University
in foto: Credit: John Hopkins University

Creata in laboratorio la prima retina umana, un organoide che ha permesso agli scienziati di scoprire in che modo e con quale priorità si sviluppano i coni, i fotorecettori che ci fanno vedere i colori. Grazie a questo importante traguardo sono stati posati i primi mattoni per creare terapie rivoluzionarie, in grado di contrastare forme di cecità ai colori alla stregua del daltonismo e altre diffuse patologie agli occhi. Tra esse la degenerazione maculare, una malattia tipica della terza età che colpisce la zona centrale della retina (detta macula) e che può sfociare nella perdita totale della visione centrale.

Il tessuto retinico umano è stato coltivato da un team di ricerca statunitense guidato da studiosi dell’Università John Hopkins di Baltimora, che hanno collaborato a stretto contatto con i colleghi dello Shiley Eye Institute dell’Università della California e dell’Istituto nazionale di salute mentale presso il National Institutes of Health. Gli scienziati, coordinati dalla professoressa Kiara C. Eldred, docente presso il Dipartimento di biologia dell’ateneo americano, hanno ottenuto tessuto retinico umano in provetta partendo dalle cellule staminali pluripotenti indotte (IPS), cioè cellule adulte che una volta trattate con la terapia genica regrediscono a staminali, e che dunque possono essere trasformate in qualunque altra cellula dell’organismo. Le prime furono ottenute da topi in Giappone nel 2006, e sono valse il premio Wolf e il Nobel al professor Shinya Yamanaka dell’Università di Kyoto.

Gli organoidi di retina umana hanno impiegato 300 giorni per maturare, ma una volta sviluppati hanno permesso a Eldred e colleghi di capire alcuni meccanismi fondamentali nella maturazione delle cellule che ci permettono di vedere i colori. Nei nostri occhi sono presenti tre differenti tipologie di coni; quelli sensibili al blu, al rosso e al verde. Gli scienziati americani hanno scoperto che i primi a formarsi sono quelli che permettono di vedere il blu, seguiti a ruota da quelli del rosso e del verde. Dato che le malattie legate alla cecità ai colori sono dovute ad anomalie di queste cellule, conoscerne i segreti può aprire nuove porte alla ricerca.

La scoperta più importante risiede tuttavia nel “motore” che catalizza lo sviluppo di questi fotorecettori, ovvero l’ormone tiroideo, che determina quali cellule far maturare e quando. Modificando la quantità di ormone tiroideo in varie fasi dello sviluppo, Eldred e colleghi sono stati in grado di creare organoidi con un solo tipo di cono. La speranza è che queste prime retine umane coltivate in laboratorio possano presto determinare concreti benefici clinici. I dettagli della ricerca sono stati pubblicati sull’autorevole rivista scientifica Science.

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