stephen-hawking-ai-superumani-dio

Il grande scienziato ci ha lasciato alcuni dei suoi più profondi pensieri nell’ultimo libro uscito poco tempo fa. Analizzando i suoi scenari apocalittici gli scienziati rimangono in qualche modo ottimisti.

Il più noto scienziato dei nostri tempi, Stephen Hawking, è scomparso nel marzo 2018; lasciando dietro di sé un gran numero di fondamentali teorie, l’impresa di aver reso un argomento ostico come i buchi neri un tema quasi pop, un biopic girato mentre era ancora in vita e anche una serie di profezie abbastanza inquietanti.

Una parte le troviamo nel suo saggio postumo: Le mie risposte alle grandi domande (in originale con il titolo Brief answers to the big questions), uscito per Rizzoli la scorsa settimana. È qui che ricompaiono alcuni dei cavalli di battaglia che hanno impegnato Hawking negli ultimi anni, e che spaziano su temi molto diversi tra loro: intelligenza artificiale, editing genetico, esistenza di Dio, la necessità per l’uomo di abbandonare la Terra e altri ancora.

Previsioni che spesso si trasformano in vere e proprie profezie: tanto per la loro audacia, quanto per la nettezza con cui vengono affrontate; senza timore di smentita. Ma che cosa dobbiamo pensare di alcune di queste profezie, che esulano dai campi di studi cui Hawking ha dedicato tutta la sua vita e che sono oggetto di un serratissimo dibattito all’interno della comunità scientifica?

La minaccia dell’Intelligenza Artificale

“Ignorare la minaccia posta dalle superintelligenze artificiali potrebbe essere l’errore più grave di sempre, in grado di mettere a rischio la specie umana”, ha ribadito più e più volte Stephen Hawking negli ultimi anni; unendosi alla compagnia di altre tecno-cassandre del calibro di Elon Musk e Bill Gates. Il cuore del discorso è sempre lo stesso: l’evoluzione delle AI, dettata dalla quantità sempre maggiore di big data processati a una velocità crescente, arriverà a un punto tale che questi sistemi diventeranno capaci di progettare autonomamente altri algoritmi più intelligenti; mettendo in moto quella legge dei ritorni acceleranti che, secondo il futurologo Ray Kurzweil, porterà inevitabilmente alla singolarità tecnologica: il momento in cui l’umanità perderà il controllo sulle sue creature digitali.

Ma davvero le cose sono destinate ad andare in questo modo? Guardando il panorama odierno del machine/deep learning, il destino dell’umanità sembrerebbe essere meno segnato di quanto previsto da Hawking. Uno degli algoritmi che, recentemente, ha più colpito l’immaginario collettivo è sicuramente Google Duplex, l’assistente virtuale in grado di prenotare da solo un tavolo al ristorante senza che la persona all’altro capo del telefono si renda conto di parlare con un software. Non solo: oltre a rispondere coerentemente, Duplex usa alcuni forme espressive tipicamente umane (interiezioni, esitazioni e altro) che rendono il suo eloquio estremamente credibile.

stephen-hawking-ai-superumani-dio

È facile immaginare che Duplex sia solo il primo passo per arrivare ad HAL di 2001: Odissea nello spazio; un computer che prende coscienza di sé e che, per impedire di essere spento, si ribella ai suoi padroni umani. Non solo: come sottolineato dal filosofo Nick Bostrom – e come ripete in continuazione Elon Musk – le AI potrebbero eliminare l’umanità non perché sono cattive, ma perché semplicemente non rientriamo nei loro programmi. Un po’ come noi distruggiamo intere colonie animali quando costruiamo gigantesche infrastrutture; senza per questo essere mossi dalla volontà di nuocere. Semplicemente, non le prendiamo in considerazione.

D’accordo, oggi Google Duplex è in grado solo di prenotare il ristorante o il salone di bellezza (e se appena ampliamo un po’ il discorso lo mandiamo in tilt). E anche tutte le altre intelligenze artificiali sono in grado di compiere solo ed esclusivamente il singolo compito per cui sono state progettate; ma se questo fosse solo l’inizio, il livello embrionale della loro evoluzione? Se così fosse, l’umanità potrebbe davvero essere spacciata.

A gettare acqua sul fuoco, recentemente, ci ha pensato lo scienziato informatico Gary Marcus, che in un articolo sul New York Times ha precisato: “Google Duplex non è così limitato perché sta compiendo i primi passi verso obiettivi più ambiziosi; la verità è che gli esperti di intelligenza artificiale non hanno nessuna idea di come riuscire a fare meglio di così”. Questo software, infatti, è in grado di dialogare in maniera realistica solo se la conversazione si svolge all’interno di confini ben definiti; e solo dopo essere stato addestrato a lungo e utilizzando centinaia di migliaia di dati. “Le conversazioni non predefinite in cui si affrontano una vasta gamma di argomenti non sono ancora nemmeno in vista”, conclude Marcus.
Pubblicità – Continua a leggere di seguito

In poche parole, Duplex non è l’inizio di un percorso che porterà alla nascita di intelligenze artificiali generali – ovvero AI in grado di sviluppare un’intelligenza di tipo umano – ma rischia di essere la fine della strada. Questo timore, o auspicio, è sempre più diffuso nella comunità informatica; dove si teme che il deep learning stia già oggi mostrando le capacità massime a cui può arrivare un sistema che, in fin dei conti, si limita a compiere rapidissimi calcoli statistici basati su un numero incredibilmente elevato di dati (Duplex, per esempio, parla dopo aver confrontato quanto gli viene detto con il database in suo possesso, fornendo risposte statisticamente coerenti).

Ovviamente, il deep learning è solo uno dei sistemi che possono produrre intelligenza artificiale; di conseguenza, temere che questi modelli stiano già adesso raggiungendo i loro limiti (il che è comunque tutto da verificare) non significa necessariamente che le AI stiano per affrontare un altro “inverno tecnologico” (quei lunghi periodi di tempo senza ulteriori progressi).

E quindi, come capire se davvero, prima o poi, assisteremo all’avvento di una superintelligenza artificiale? In assenza di modelli più precisi, si fa solitamente riferimento ai sondaggi tenuti tra i maggiori esperti di AI, in cui si chiede loro “quando arriverà la super AI”. Il più recente tra questi è stato condotto nel 2016 da Oren Etzioni (presidente all’Allen Institute for Artificial Intelligence) tra i membri della American Association for Artificial Intelligence.

Secondo il 67,5% dei ricercatori ci vorranno più di 25 anni perché una vera AI faccia la sua comparsa, secondo il 25% non arriverà mai, il 7,5% ritiene che potremo vederla nei prossimi 10/25 anni. Nessuno di loro crede, invece, che comparirà entro i prossimi dieci anni. Quindi, se anche la maggior parte ritiene che un’intelligenza artificiale veramente intelligente, quasi cosciente, potrebbe effettivamente un giorno prendere vita, abbiamo ancora parecchio tempo per prepararci; senza dimenticare che un quarto degli scienziati interpellati è totalmente scettico a riguardo. “Stiamo competendo con milioni di anni di evoluzione del cervello umano”, ha risposto un ricercatore. “Possiamo scrivere programmi con un singolo obiettivo in grado di competere con gli umani e in alcuni casi di superarlo, ma il mondo non è compartimentalizzato in maniera così rigida”. In tutto ciò, inoltre, resta ancora da capire se veramente questa AI sarebbe una minaccia per l’uomo.

I super-umani estingueranno i normali?

Un altro timore particolarmente sentito da Stephen Hawking riguarda invece le conseguenze dell’editing genetico, che potrebbero portare a una nuova specie di superumani in grado, teoricamente, di annientare (o almeno rendere irrilevante) il resto dell’umanità. In un capitolo del libro, Hawking descrive infatti un altro scenario apocalittico, in cui l’ingegneria genetica rende una parte dell’umanità più intelligente, più resistente alle malattie, più longeva. Ovviamente, si tratta della parte di umanità che si può permettere questo tipo di cure; in particolar modo i tecno-miliardari della Silicon Valley ossessionati dal sogno di “aumentare l’umanità” e vivere per sempre.

“Quando i superumani appariranno, ci saranno significativi problemi politici con gli esseri umani non migliorati, che non saranno più in grado di competere”, ha scritto Hawking. “Presumibilmente, questi moriranno o diventeranno irrilevanti”. Il fisico confida nella capacità della legge e della politica di impedire l’ingegneria genetica sugli esseri umani; ma teme che alla fine non riusciremo a evitare che alcuni possano aumentare le loro abilità; seguendo il vecchio adagio “se una cosa si può fare, allora verrà fatta”.

Ma davvero il mondo è destinato a prendere questa piega, a dividersi tra (ricchi) esseri umani potenziati e il restante 99%, abbandonato al suo destino? Effettivamente, i segnali sono parecchi. Dallo studio dei geni ai modelli predittivi basati sul DNA, sono numerose le startup – tra cui Genomic Prediction, 23andMe e altre – che puntano a riconoscere con una precisione sempre maggiore quali siano i geni responsabili, per esempio, della nostra intelligenza e quindi a individuare quali siano gli embrioni umani con le maggiori probabilità di sviluppare un elevato quoziente intellettivo.

stephen-hawking-ai-superumani-dio

Lo scenario, quindi, potrebbe davvero essere quello in cui una piccola percentuale di esseri umani viene selezionata in base alle sue chance di diventare molto intelligente. “Riveleremo solo le possibili condizioni gravemente negative; non diremo mai ‘vostro figlio diventerà un giocatore della NBA o un genio della fisica’”, ha spiegato il fondatore di Genomic Prediction Stephen Hsu alla MIT Tech Review. Ma come si fa a essere sicuri che le cose andranno così? I dubbi, a maggior ragione, sorgono se si considera che lo stesso Hsu è autore di un saggio su Nautilus in cui racconta le possibilità offerte dall’editing genetico e da tecniche come il Crispr proprio per aumentare l’intelligenza degli esseri umani “fino a 15 punti di QI senza troppe difficoltà”; senza escludere che un giorno si possa arrivare a un quoziente anche di mille punti (rispetto ai 180 circa stimati per molti geni di oggi e del passato). Secondo quanto spiega Hsu, un QI di questo tipo ci permetterebbe di avere una memoria visiva quasi perfetta, di pensare super velocemente, di formulare più pensieri contemporaneamente e molto altro ancora.

Ma chi sarebbe ad avvantaggiarsi di tutto ciò? Secondo quanto spiega ancora la MIT Tech Review, sarebbero, almeno inizialmente, soltanto “i miliardari e i tipi da Silicon Valley”; nella speranza che, più tardi, anche il resto della società possa permettersi quanto inizialmente accessibile soltanto all’1% della popolazione. Questo, però, non varrà solo per l’editing genetico (le cui prospettive sono ancora tutte da vedere), ma anche per altri progetti come le interfacce uomo-macchina o l’allungamento della longevità. E così, i “ricchi e potenti” avranno nelle loro mani ulteriori strumenti, ancor più efficaci di quelli che già oggi posseggono, per sfruttare (e tramandare) i loro privilegi e accrescere ulteriormente la già crescente disuguaglianza. Da questo punto di vista, la profezia di Stephen Hawking – forse eccessivamente apocalittica – colpisce però un nervo scoperto della nostra società.

E l’esistenza di Dio?

Le previsioni di Hawking non si fermano neanche di fronte al mistero irrisolvibile per definizione: Dio esiste? “Sperare nell’aldilà è solo una pia illusione”, scrive il fisico nel libro; aggiungendo come non ci sia alcuna possibilità che Dio esista davvero. “Siamo liberi di credere quello che vogliamo, ma la mia visione è che la spiegazione più semplice sia che non c’è alcun Dio. Nessuno ha creato l’universo e nessuno dirige il nostro destino”, scrive sempre Hawking. “Questo mi ha portato a realizzare come probabilmente non ci sia né il Paradiso ne l’aldilà. (…) Non c’è alcuna prova [dell’esistenza di Dio], che inoltre contrasta fortemente con tutto ciò che sappiamo nel campo della scienza. Penso che quando moriremo torneremo alla polvere. Ma in un certo senso continueremo a vivere, attraverso la nostra influenza e i geni che passiamo ai nostri figli”.

stephen-hawking-ai-superumani-dio

Un po’ come nel caso dei rischi esistenziali dell’intelligenza artificiale, non c’è ovviamente alcun modo di confermare o smentire le certezze di Hawking. Può però essere interessante vedere come la pensino su questo tema i colleghi scienziati del compianto astrofisico. Tendenzialmente, si pensa che tutti gli scienziati contemporanei siano atei o agnostici; un luogo comune indagato in una ricerca mondiale compiuta nel 2015 da un gruppo di ricercatori della Rice University, che hanno intervistato oltre 9mila scienziati di Francia, Hong Kong, Regno Unito, Italia, India, Turchia, Taiwan e Stati Uniti.
Pubblicità – Continua a leggere di seguito

“Nessuno può negare che oggi sia in corso una sorta di guerriglia tra la scienza e la religione”, hanno scritto i ricercatori. Nonostante, questo, dare per scontato l’ateismo degli scienziati è un grosso errore: “Oltre la metà degli scienziati di India, Italia, Taiwan e Turchia si definiscono religiosi”. Un caso molto particolare, invece, è quello di Hong Kong: la percentuale di atei nella popolazione è del 55%; tra gli scienziati invece crolla al 26%.

A parte questa eccezione (a cui si aggiunge quella più sfumata di Taiwan), è comunque confermato come gli scienziati siano generalmente meno religiosi della popolazione generale; soprattutto in paesi già fortemente atei come la Francia. A livello globale, invece, la maggioranza della popolazione continua a considerarsi religiosa: per la precisione, il 62% degli abitanti della Terra (secondo un sondaggio WIN/Gallup di quest’anno) si definisce credente; una percentuale però in netto calo rispetto al 77% del 2005.

A crescere in termini assoluti non sono tanto gli atei (passati dal 5 al 9%), ma gli agnostici, quelli che non credono in Dio ma non se la sentono di escludere la sua esistenza (passati dal 18 al 30%). Tutto questo, ovviamente, ci dice molto poco su quanto possa essere corretta la posizione sostenuta da Stephen Hawking. Quello che colpisce, però, è che nonostante – come affermato dallo stesso fisico – la religiosità sia in contrasto con quasi tutto ciò che la scienza ha scoperto, nemmeno gli stessi scienziati siano d’accordo sull’esistenza o meno di Dio. Per quanti sviluppi la scienza possa ancora fare, fornire una risposta conclusiva a questa domanda (nonostante in tanti ci abbiano provato) potrebbe semplicemente non essere possibile.

Let’s block ads! (Why?)

feed originale: NIBIRU2012

Powered by WPeMatico

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here