Il celebre Telescopio Spaziale Kepler, il “cacciatore di pianeti” della NASA, ha esaurito il carburante e si è spento, per sempre. Lo ha annunciato l’agenzia aerospaziale americana, tributandogli un lungo e sentito messaggio di commiato, dedicato agli straordinari traguardi scientifici raggiunti grazie al suo sensibilissimo “occhio”. Dopo una decina di anni di intensa attività nello spazio (fu lanciato il 6 marzo del 2009 da Cape Canaveral), la scoperta confermata di oltre 2.600 pianeti extrasolari e la raccolta di una mole impressionane di dati, è giunto dunque il momento di dire addio a una delle macchine che più ha fatto sognare gli appassionati di astronomia.

La caccia ai pianeti di Kepler subì un duro colpo nel 2013, quando a causa di un guasto al giroscopio gli scienziati non poterono più puntarlo esattamente dove avrebbero voluto. Fortunatamente riuscirono a correggere il tiro e a programmare una nuova serie di campagne osservative, modulate sulle sue differenti capacità. Gli esopianeti scoperti grazie alla “tecnica del transito”, basata sulla variazione di luminosità delle stelle dovuta al passaggio dei corpi celesti, nel corso di un decennio sono stati circa 4mila, 2.600 dei quali ufficialmente confermati. Moltissimi sono rocciosi come la nostra Terra, e alcuni si trovano nella cosiddetta zona abitabile o di Goldilocks. In parole semplici, si tratta di pianeti che possono ospitare acqua liquida sulla propria superficie, dunque sono potenzialmente colonizzabili dall’uomo e magari già abitati da vita aliena. In base ai dati raccolti da Kepler dal 20 al 50 percento delle stelle visibili nel cielo notturno possiede pianeti piccoli, rocciosi e potenzialmente orbitanti in questa fascia circumstellare.

Credit: NASA / Wendy Stenzel / Daniel Rutter
in foto: Credit: NASA / Wendy Stenzel / Daniel Rutter

I dati raccolti dal primo, vero cacciatore di pianeti – la cui progettazione è iniziata poco meno di 40 anni fa – sono dunque straordinari e guideranno la ricerca astronomica per i prossimi decenni, come indicato dalla stessa NASA. “Come prima missione di caccia ai pianeti della NASA, Kepler ha superato tutte le nostre aspettative e ha spianato la strada alla nostra esplorazione e alla ricerca di vita nel sistema solare e oltre”, ha dichiarato il dirigente Thomas Zurbuchen. “Non solo ci ha mostrato quanti pianeti potevano essere là fuori – ha aggiunto lo scienziato – ma ha aperto un campo di ricerca completamente nuovo e robusto, che ha catalizzato l’attenzione della comunità scientifica: le sue scoperte hanno gettato una nuova luce sul nostro posto nell’Universo, e illuminato i misteri e le possibilità allettanti tra le stelle”.

Tra le ultime scoperte più affascinanti di Kepler vi è un sistema stellare analogo al nostro, scovato a 2.500 anni luce dalla Terra. Uno dei suoi pianeti, Kepler-90h, si trova nella zona abitabile della stella e potrebbe ospitare vita aliena. Sono una decina le cosiddette “Super-Terre” intercettate da Kepler che in futuro potrebbero trasformarsi nella nuova casa dell’umanità. Purtroppo al momento non abbiamo gli strumenti adatti per fare verifiche più accurate, ma fortunatamente ad aprile di quest’anno è stato già lanciato l’erede spirituale di Kepler, il Telescopio Spaziale TESS (Transiting Exoplanet Survey Satellite). Grazie ai suoi dati, combinati con quelli del Telescopio Spaziale James Webb, che dovrebbe essere lanciato entro il 2020, avremo informazioni ancor più precise e preziose su questi lontani e affascinanti corpi celesti.

L’addio a Kepler, che già da qualche mese aveva iniziato a dare segni di cedimento, non equivale alla fine delle scoperte con la sua “firma”. I dati raccolti sono infatti sotto attento esami degli scienziati, e ci garantiranno sorprese per molti anni a venire, compresa l’identificazione di nuovi pianeti, promettenti extrasolari.

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