Alla fine di ottobre Freed of London, una delle più importanti aziende produttrici di scarpette da danza e da ballo del mondo, ha cominciato a vendere scarpette da punta (quelle che permettono alle ballerine di danza classica per stare sulle punte dei piedi grazie a un supporto rigido) di colori adatti alle ballerine con la pelle nera. Non è la prima azienda a farlo, lo faceva già da più di un anno anche l’azienda americana Gaynor Minden, ma vista la diffusione delle sue scarpette nel mondo della danza classica è un cambiamento importante per le ballerine nere: finora erano costrette a tingere da sé le proprie scarpette per averle dello stesso colore della pelle, oppure a usarle rosa, in modo diverso due cose discriminatorie nei loro confronti.

Le scarpette da punta esistono più o meno dal 1820 e inizialmente erano bianche; col tempo passarono a essere rosa per non creare un contrasto visivo sulle gambe delle ballerine, che nell’Ottocento e per gran parte del Novecento erano tutte di pelle bianca. Oggi di ballerine nere ce ne sono molte – anche se restano una minoranza nei più importanti corpi di ballo del mondo – eppure fino a poco tempo fa non esistevano scarpette da punta adeguate al colore della loro pelle. Come spiega un articolo del New York Times, per questa ragione le ballerine nere hanno sempre dovuto arrangiarsi a tingere le proprie scarpette, spendendo molti soldi per farlo, oppure accettare di usare scarpette che stonavano con il proprio colore di pelle.

Ingrid Silva, una ballerina brasiliana del Dance Theatre of Harlem, la compagnia americana fondata da Arthur Mitchell, uno dei primi ballerini di danza classica neri, ha spiegato al New York Times come tinge le sue scarpe: usando un fondotinta liquido di Black Opal, un marchio di cosmetici per donne nere. Il Dance Theatre of Harlem, composto per la grande maggioranza da ballerini neri, è stata la prima compagnia di danza classica in cui i ballerini afroamericani hanno usato scarpette e calze del colore della propria pelle, a partire dagli anni Settanta.

Una boccetta di fondotinta Black Opal da 11 dollari (9 euro e 60) basta per tingere tre paia di scarpette e dato che Silva usa in media due paia di scarpette a settimana, in un anno spendeva 770 dollari (circa 670 euro) in trucchi per scarpette, una somma considerevole per lo stipendio di una ballerina. Le cose sono cambiate di recente solo perché Black Opal ha cominciato a rifornirla gratuitamente di fondotinta – Silva ha più di 89mila follower su Instagram.

Tuttora Silva deve affidarsi all’industria cosmetica per le sue scarpette perché i modelli di scarpette da punta marroni sul mercato, compresi quelli di Freed of London, non sono di tonalità adatte al suo colore di pelle e nemmeno del modello di scarpette (ne esistono tanti diversi) che piace a lei. Silva pensa che le scarpe di Freed siano uno sviluppo positivo per le ballerine nere, ma che servano più tonalità: per ora l’azienda ha messo in produzione solo due modelli di scarpette marroni, le Ballet Bronze, più chiare, e le Ballet Brown, più scure.

Il metodo di Silva per tingere le scarpe non è un’eccezione o una scelta eccentrica: la maggior parte delle ballerine nere facevano o ancora fanno lo stesso, perché altri tipi di tinte, come quelle per i tessuti, non sono adatte alle scarpette da punta perché le induriscono. Oltre ad avere l’inconveniente del prezzo, tingere le scarpe è scomodo perché ci vuole molto tempo per colorare tutto, pieghe e nastri compresi, in modo accurato: fino a un’ora per un paio. Anche i ballerini usano lo stesso metodo, anche se non per le scarpette da punta, dato che generalmente non le usano.

La ragione per cui Freed non ha messo sul mercato scarpette da punta in un maggior numero di tonalità è che comunque le ballerine nere sono una minoranza e l’azienda non sa ancora quante scarpette marroni riuscirà a vendere. Sophie Simpson, direttrice delle vendite per le scarpe da danza classica, ha spiegato al New York Times: «Dobbiamo essere realistici. La maggior parte delle compagnie ha poche ballerine nere o mulatte. Speriamo che in futuro le cose cambino». Virginia Johnson, la direttrice artistica del Dance Theater of Harlem, invece ha detto: «Tutta questa storia non parla veramente di scarpe ma di chi appartiene al mondo del balletto e chi no. È un segnale di apertura».

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