Esattamente 240 anni fa, il 9 novembre del 1778, morì a Roma, a 58 anni, Giovanni Battista Piranesi, uno dei più importanti incisori del XVIII secolo, oltre che architetto e critico dell’architettura: fu «un incisore con l’anima d’architetto, un veneziano ossessionato dalle rovine di Roma». Piranesi è una figura centrale della cultura e dell’arte italiana ed europea dell’epoca, sia dal punto di vista stilistico che culturale: è insieme considerato uno degli ultimi eredi del rococò; un esponente controcorrente del neoclassicismo che sosteneva – al contrario della cultura imperante – la superiorità dell’architettura e scultura Romana su quella Greca; e ispiratore infine dell’immaginario Gotico e Romantico che si andavano formando. Le sue opere, che raffiguravano rovine classiche e architetture contemporanee, finirono nei salotti di mezza Europa, portate come souvenir dai giovani di ritorno dal Grand Tour, il viaggio di formazione compiuto dai rampolli della buona società dell’epoca. Piranesi doveva la sua fama anche ai contatti con la comunità internazionale che si era stabilita a Roma, e in particolare con il britannico Thomas Hollis. Grazie a lui, nel 1757 Piranesi venne anche eletto membro onorario della Society of Antiquaries di Londra.

La carriera di Piranesi iniziò quando a 20 anni lasciò Mogliano Veneto, in provincia di Treviso, dov’era nato, per andare a Roma a studiare incisione e acquaforte; in quegli anni andò anche a Napoli a studiare l’arte barocca e visitare gli scavi archeologici di Ercolano. Nel 1744 tornò a Venezia dove incontrò Giovan Battista Tiepolo e il Canaletto, che lo influenzarono molto; nel 1747 si stabilì definitivamente a Roma e aprì una bottega da incisore in via del Corso. Da allora visse sempre a Roma, dove fece fortuna, oltre che con le incisioni, con le commissioni di Papa Clemente XIII, che gli affidò lavori di restauro e riqualificazione della città e gli fece decorare gli appartamenti della sua famiglia.

San Giovanni in Laterano in un’acquaforte di Giovanni Battista Piranesi
(ANSA-DEA)

Nel corso della vita Piranesi realizzò circa 2.000 tavole, caratterizzate da uno stile originale fatto di forti contrasti tra luce e ombra, accuratezza nei dettagli, maestria tecnica e intensità espressiva. Le più celebri e riuscite sono le Vedute di Roma, incisioni di ruderi classici e monumenti antichi diffuse in singole stampe dal 1748 al 1778, le Antichità romane del 1756, i Templi greci di Paestum e soprattutto le Carceri, pubblicate in due edizioni, nel 1745 e poi nel 1761. Si tratta dell’opera più interessante di Piranesi, quella che ha un messaggio significativo ancora oggi. Prendendo spunto da rovine Romane e fondendo lo spirito barocco con il gusto neoclassico inventò carceri oscure e inquietanti, piene di anfratti e strumenti di tortura, cappi, levatoi e ruote dentate. Pare che abbiano influenzato lo scrittore inglese Horace Walpole nella stesura di Il castello di Otranto (1765), considerato il primo romanzo gotico, mentre la scrittrice francese Marguerite Yourcenar le definì in Con beneficio d’inventario «una delle opere più segrete che ci abbia lasciato in eredità un uomo del XVIII secolo».

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