cambiamento climatico

Si apre oggi a Katowice in Polonia la conferenza dell’Onu sul cambiamento climatico. Dai primi dati si evince che la nostra generazione sarà l’ultima a poter fare qualcosa per la nostra Terra.

“Il cambiamento climatico è la sfida chiave del nostro tempo. La nostra generazione è la prima a sperimentare il rapido aumento delle temperature in tutto il mondo e probabilmente l’ultima che effettivamente possa combattere l’imminente crisi climatica globale”.

Inizia con queste parole la dichiarazione congiunta di 16 capi di Stato e di governi europei (firmata per l’Italia dal presidente della Repubblica, Sergio Mattarella) per chiedere che durante la conferenza dell’ONU sul cambiamento climatico (COP 24), in programma dal 3 al 14 dicembre a Katowice, in Polonia, siano adottate “norme operative dettagliate e linee guida che rendano operativo l’accordo raggiunto a Parigi tre anni fa”.

Il nostro pianeta, prosegue la lettera, è vicino a un punto di non ritorno, come testimoniato dalle sempre più intense e frequenti “ondate di calore, inondazioni, siccità e frane, lo scioglimento dei ghiacciai e l’innalzamento del livello dei mari”.

Le carenze delle risorse idriche e la crisi dei raccolti sono solo alcuni dei risultati immediati di questa situazione, che “ha un impatto devastante sugli esseri umani riducendoli alla fame o obbligandoli a migrare”. Per questo motivo, sottolineano i capi di Stato, “bisogna fare di più e l’azione deve essere rapida, decisiva e congiunta. Stiamo già osservando le ricadute negative dei cambiamenti climatici” e le misure adottate dalla comunità internazionale non sono sufficienti per raggiungere gli obiettivi a lungo stabiliti dall’accordo di Parigi.

Oltre a definire le azioni delle singole nazioni per il 2025 e il 2030, a Katowice dovranno essere enunciati gli obiettivi a lungo termine per ridurre le emissioni di carbonio e passare da fonti energetiche fossili a energie rinnovabili e raggiungere entro il 2050 l’equilibrio tra emissioni e assorbimento del carbonio. “Abbiamo l’obbligo collettivo nei confronti delle generazioni future di fare tutto ciò che è umanamente possibile per fermare i cambiamenti climatici e per rispondere ai loro perniciosi effetti”.

L’Organizzazione Meteorologica Mondiale: “Gas a effetto serra a livelli record. Bisogna intervenire subito” Il 20 novembre la World Meteorological Organization (WMO) ha pubblicato un rapporto sulle emissioni di gas responsabili dell’effetto serra nel pianeta: i livelli dei gas che intrappolano il calore nell’atmosfera hanno raggiunto livelli comparabili solo a milioni di anni fa, quando la temperatura era più elevata dai 2 ai 3 gradi e il livello del mare dai 10 ai 20 metri più alto, e non c’è alcun segno di inversione in questa tendenza.

Uno scenario sempre peggiore

Nel 2017 le concentrazioni medie di anidride carbonica a livello globale hanno raggiunto 405,5 parti per milione nel 2017 (erano 400,1 parti per milione nel 2015 e 403,3 nel 2016). Il metano atmosferico (ndr, circa il 40% è emesso da fonti naturali come zone umide e termali, il 60% da attività umane come l’allevamento del bestiame, la coltivazione del riso, lo sfruttamento di combustibili fossili, le discariche e la combustione di biomassa) ha visto un nuovo massimo di circa 1859 parti per miliardo (ppb), il 257% rispetto al livello preindustriale. La concentrazione atmosferica del protossido di azoto (ndr, emesso nell’atmosfera da fonti naturali – per il 60% – e antropogeniche – circa il 40% – inclusi gli oceani, il suolo, la combustione di biomassa, l’uso di fertilizzanti) è stata di 329,9 parti per miliardo, il 122% rispetto ai livelli preindustriali. Il protossido di azoto ha effetti nocivi sullo stato di ozono che ci protegge dai raggi ultravioletti del sole.

È tornato a crescere il triclorofluorometano (CFC-11), un potente gas a effetto serra che riduce l’ozono stratosferico, usato come agente refrigerante, nonostante le sue emissioni siano state regolate dal Protocollo di Montreal del 1987 per la riduzione del buco dell’ozono. Dal 2012 il suo tasso di declino è rallentato di circa due terzi rispetto al decennio precedente a causa, molto probabilmente, di un suo utilizzo nell’Asia orientale. Secondo il National Climatic Data Center americano, nei primi sei mesi, il 2018 è stato il quarto anno più caldo di sempre dal 1880: la temperatura è aumentata di circa 1,06 gradi rispetto alla media dal 1880 al 1920. «Senza un rapido taglio delle emissioni di anidride carbonica e dei gas responsabili dell’effetto serra, i cambiamenti climatici avranno impatti sempre più distruttivi e irreversibili sulla vita sulla Terra. La finestra di opportunità per agire è praticamente chiusa», ha detto il responsabile del WMO, Petteri Taalas. Il 27 novembre, il Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente (UNEP) pubblicherà un altro rapporto sugli impegni politici presi dai singoli paesi per ridurre le emissioni di gas serra.

Questi rapporti si aggiungono alla relazione speciale dell’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC), pubblicata lo scorso ottobre, che aveva prospettato scenari diversi per il nostro pianeta a seconda dell’aumento della temperatura entro il 2050. Lo studio era giunto alla conclusione che per evitare danni irreparabili al nostro ecosistema, carestie, siccità, scioglimento dei ghiacciai, distruzione delle barriere coralline, depauperamento delle specie vegetali e animali, migrazioni forzate a causa di inondazioni e catastrofi naturali, bisogna azzerare le emissioni di anidride carbonica entro la metà del secolo in modo tale da mantenere l’innalzamento delle temperature sotto gli 1,5 gradi centigradi.

Il cambiamento climatico è un dramma per tutti noi

È come se il mondo all’improvviso abbia iniziato a restringersi, sintetizza Bill McKibenn in un articolo sul New Yorker. L’innalzamento del livello dei mari, l’aumento delle temperature, i fenomeni meteorologici dagli effetti catastrofici stanno restringendo gli spazi dove viviamo. E tutto questo avviene velocemente. Nove delle dieci più mortali ondate di calore nella storia umana si sono verificate dal 2000, prosegue il giornalista.

In India, l’aumento della temperatura dal 1960 ha incrementato le probabilità di decessi dovuti al calore del 150%. Per un paio di giorni a giugno, le temperature nelle città in Pakistan e Iran hanno superato i 53 gradi, lungo la costa del Golfo Persico e nel Golfo di Oman, l’umidità ha fatto percepire una temperatura di oltre 60 gradi. A luglio, più di 70 persone sono morte dopo un’ondata di calore a Montreal, mentre la Valle della Morte ha registrato il mese più caldo mai visto sulla Terra.

Caldo record in Africa a giugno, nella penisola coreana a luglio e in Europa ad agosto. «Siamo veramente in un territorio inesplorato», aveva detto David Carlson, ex direttore della divisione di ricerca climatica dell’Organizzazione Meteorologica Mondiale, nella primavera del 2017. Tutto questo, prosegue McKibenn, ha effetti sul nostro vivere quotidiano. Milioni di persone saranno costrette a lasciare i paesi dove vivono, alcune persone in fuga dall’umidità e dall’innalzamento del livello del mare, altre alla ricerca di abbastanza acqua per sopravvivere. Le fughe saranno violente e frenetiche, come accaduto durante gli incendi che hanno colpito la California, o lente: “Ogni anno, 24mila persone abbandonano il delta del Mekong, in Vietnam, perché i campi coltivati ​​sono inquinati dal sale, alle Hawaii, secondo un nuovo studio, 61 chilometri di strade costiere saranno impraticabili nei prossimi decenni, a Giacarta, dove vivono 10 milioni di persone, il mar di Giava ha invaso le strade. E, mentre il mare mangia le coste dell’Alaska, non c’è nulla che protegga le città, le città e i villaggi nativi dalle onde”. Il perimetro della Terra sarà sempre lo stesso, ma la superficie abitabile si sta riducendo sotto i nostri piedi e nella nostra mente. E a pagare il prezzo più alto saranno le persone più vulnerabili.

Come un film dell’orrore

Stiamo vivendo in un film dell’orrore? Si chiede John Schwartz sul New York Times. Secondo uno studio, pubblicato il 19 novembre su Nature Climate Change, il riscaldamento globale sta esponendo l’umanità a rischi enormi. L’aumento concatenato di così tanti fenomeni meteorologici estremi potrebbe costringere alcune aree del pianeta ad affrontare almeno 6 crisi legate al cambiamento climatico entro la fine di questo secolo.

I 23 autori della ricerca, che si sono impegnati in uno sforzo multidisciplinare senza precedenti, esaminando oltre 3mila articoli sui diversi effetti del cambiamento climatico, hanno determinato 467 modi in cui tali cambiamenti influiscono sulla salute fisica e mentale, sulla sicurezza alimentare, sulla disponibilità di acqua, sulle infrastrutture e su altri aspetti della vita sulla Terra. Il documento include una mappa interattiva dei vari pericoli a seconda dei livelli di emissioni di anidride carbonica da qui al 2095.

La siccità in Florida, gli incendi in California, la forza dell’uragano Michael, spiega uno degli autori della ricerca, Camilo Mora, sono un esempio di quanto potrebbe accadere sempre più di frequente in futuro. Il documento suggerisce che, entro il 2100, a meno che l’umanità non intraprenda azioni energiche per frenare le emissioni di gas serra, alcune aree costiere tropicali del pianeta, come la costa atlantica del Sud e Centro America, potrebbero essere colpite da ben sei crisi alla volta.

Le emissioni di gas serra, riscaldando l’atmosfera, possono portare alla siccità in luoghi che sono di solito asciutti, creando le “condizioni di maturazione per incendi e ondate di calore”, spiegano i ricercatori. Nelle aree più umide, un’atmosfera più calda rafforza gli acquazzoni, mentre l’innalzamento dei livelli del mare favorisce il generarsi di tempeste e le acque oceaniche più calde possono contribuire a eventi atmosferici più intensi e distruttivi. Leggi anche >> Uragani, inondazioni, alluvioni: cosa c’entra il cambiamento climatico e perché dobbiamo occuparcene Secondo un’altra ricerca pubblicata recentemente su Nature, il riscaldamento globale può aver incrementato l’intensità dei cicloni che si sono verificati negli ultimi anni negli oceani Atlantico, Indiano e Pacifico.

Gli uragani, o cicloni come sono conosciuti nella regione del Pacifico, traggono la loro forza dal calore negli strati superiori dell’oceano, mentre le loro precipitazioni sono influenzate dalla quantità di umidità nell’atmosfera. I cambiamenti climatici, guidati dall’attività umana, stanno creando condizioni più favorevoli per uragani più forti. I due autori della ricerca, Christina Patricola e Michael Wehner, hanno elaborato delle simulazioni climatiche su 15 grandi cicloni tropicali. In base ai dati, l’aumento delle temperature ha reso le precipitazioni più violente tra il 5 e il 10%, sebbene la velocità del vento sia rimasta sostanzialmente invariata. «Il cambiamento climatico ha esacerbato le piogge. In futuro potrebbe avere effetti anche sulla velocità dei venti», ha spiegato Patricola.

«La mia speranza è che queste informazioni possano essere utilizzate per migliorare la nostra capacità di risposta e reazione a questo tipo di eventi meteorologici estremi». Nel caso in cui le temperature salgano prima del previsto, questa situazione è destinata a peggiorare. Se non si fa nulla per limitare le emissioni di gas serra e le temperature salgono di 3 o 4 gradi centigradi, gli uragani potrebbero aumentare di un terzo, mentre la velocità del vento salirebbe di ben 25 nodi, spiegano i ricercatori. Se si fossero verificati con una temperatura globale più alta, l’uragano Katrina, che ha provocato quasi 2mila morti a New Orleans nel 2005, sarebbe stato ancora più devastante, con circa il 25% di pioggia in più, il ciclone Yasi, che ha colpito l’Australia nel 2011, avrebbe avuto circa un terzo di pioggia in più, mentre il ciclone Gafilo, un’enorme tempesta che ha ucciso più di 300 persone in Madagascar nel 2004, sarebbe stato del 40% più intenso.

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