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Il 100 percento delle tartarughe marine coinvolte in uno studio è risultato essere contaminato da microplastiche. Poiché i 102 esemplari analizzati appartenevano a tutte e sette le specie viventi conosciute e provenivano da tre distinti oceani, gli autori dell’indagine hanno il ragionevole dubbio che ogni tartaruga marina del pianeta possa essere contaminata dalla nostra spazzatura. Lo studio choc è stato condotto da un team di ricerca internazionale composto da studiosi dell’Università di Exeter (Regno Unito), del Plymouth Marine Laboratory e dei Greenpeace Research Laboratories.

Gli scienziati, coordinati dalla dottoressa Emily M. Duncan, ricercatrice presso il Marine Turtle Research Group dell’ateneo britannico, hanno trovato soprattutto particelle sintetiche alla stregua delle fibre, pezzi inferiori ai 5 millimetri di lunghezza derivati da abbigliamento, pneumatici, filtri delle sigarette, attrezzature marittime e altro ancora. Il loro effetto sulle tartarughe è sconosciuto, ha sottolineato l’autrice principale dello studio, anche perché essendo frammenti così piccoli possono transitare nello stomaco e nell’intestino senza causare blocchi (come nel caso dei pezzi più grandi). Tuttavia è doveroso capire se possono infettare le tartarughe a causa del trasporto di virus o batteri, o avere un impatto a livello cellulare o subcellulare.

I ricercatori hanno individuato oltre 800 particelle sintetiche negli animali analizzati, tutti trovati morti spiaggiati o uccisi poiché rimasti intrappolati nelle attrezzature da pesca, una delle principali cause di decesso per questi rettili. Ma Duncan e colleghi hanno esaminato solo una parte dell’intestino delle tartarughe, dunque ritengono che il numero di particelle presenti possa essere decisamente più alto. La stima è di 20 venti volte superiore. Le tartarughe sono state analizzate nei laboratori di Cipro, nella North Carolina (Stati Uniti) e nel Queensland (Australia), abbracciando habitat molto diversi fra loro, ma tutti indistintamente contaminati dalla plastica che gettiamo costantemente nell’ambiente. I dettagli della ricerca sono stati pubblicati sulla rivista scientifica Global Change Biology.

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