Uno dei film che sono piaciuti di più alla nicchia della critica cinematografica, negli ultimi mesi, si chiama Sorry to Bother You: non è stato uno di quelli che finiscono sulle copertine delle riviste di settore, ma ha comunque incassato quasi venti milioni di dollari e il suo protagonista, Lakeith Stanfield, è andato ospite di vari talk show tra i più seguiti. In Italia, forse, Sorry to Bother You non uscirà mai, per un motivo anche comprensibile: buona parte della storia ruota intorno alle differenze tra la parlata degli afroamericani e quella dei bianchi, che sarebbe impossibile da rendere con il doppiaggio. Ma il successo domestico del film è bastato per far tornare nel dibattito culturale americano una parola che non si usava da un bel po’ di tempo: afrosurrealismo.

A farla breve, è quel genere artistico che racconta la condizione degli afroamericani attraverso l’onirico, il surrealismo, lo “strano”. Non è un’invenzione di questi anni, e non è mai davvero scomparso: ma recentemente ci sono state un po’ di cose che hanno portato i critici a individuare un revival del genere. Appartiene infatti a questo filone Get Out, il film horror del 2017 che è stato uno dei più grandi successi di critica e pubblico dell’anno scorso, con 176 milioni di dollari incassati negli Stati Uniti e il 15esimo posto nella classifica degli incassi annuali. Ma è stata inserita nel nuovo afrosurrealismo anche Atlanta, la serie tv di Donald Glover, che da quando è iniziata nel 2016 è stabilmente in cima alle classifiche delle serie preferite dai critici.

Get Out racconta l’inquietante disavventura di un ragazzo nero che – SPOILER – viene ingannato dalla sua ragazza bianca e portato nella casa di famiglia, dove le persone nere vengono sostanzialmente ipnotizzate e schiavizzate. La parte finale si avvicina di più all’horror, ma la tensione è costruita con una serie di scene sempre più strane, come quella della festa in casa: con ospiti tutti bianchi, dichiaratamente progressisti, che chiedono agli unici due afroamericani se si sentano più avvantaggiati o svantaggiati dalla loro condizione.

Atlanta racconta la vita quotidiana di alcuni squattrinati giovani della capitale della Georgia che provano a farsi strada nella scena hip hop. Ma un tratto comune degli episodi sono le situazioni assurde e talvolta sovrannaturali: Glover aveva definito la serie infatti «Twin Peaks coi rapper». In un episodio, per esempio, c’è Justin Bieber che si comporta come Justin Bieber, solo che è nero; in un altro, uno dei protagonisti viene inseguito in un bosco da un matto, che lo minaccia con un coltello affinché combini qualcosa nella sua vita; in uno degli episodi più famosi, poi, uno dei personaggi (interpretato da Lakeith Stanfield) viene intrappolato nella casa di un musicista sociopatico che ricorda per molti versi Michael Jackson (e che è interpretato da Glover, con una maschera).

Sorry to Bother You racconta invece di un giovane afroamericano che trova lavoro in un call center, dove fa carriera perché sa imitare perfettamente la voce dei bianchi, l’unica che permette di vendere qualcosa al telefono. Questo lo fa accedere ai vertici della società, occupati solo da bianchi, ma presto iniziano a succedere cose molto strane e misteriose (molto misteriose: tipo “uomini-cavallo”).

Get Out, Atlanta e Sorry to Bother You hanno molte cose in comune. La prima è Stanfield, un attore che per il suo stile di recitazione è particolarmente adatto a essere in mezzo a situazioni surreali. Ma soprattutto, sono film e serie che raccontano la vita degli afroamericani negli Stati Uniti da un lato forzandone ed esagerandone le contraddizioni e le ingiustizie per creare mondi onirici in cui le cose funzionano al contrario, ma dall’altro individuando e mostrando quei tratti della vita reale che sono davvero paradossali e strani. Il risultato è un racconto a metà tra la commedia e l’horror, tra il sogno e la realtà, che a tratti diverte o sconvolge per la sua assurdità e a tratti descrive con realismo cosa voglia dire essere neri in certi posti degli Stati Uniti.

Questo modo di raccontare la condizione afroamericana non è nuovo, risale almeno agli anni Trenta. Parte delle influenze che in quegli anni ispirarono il surrealismo francese, infatti, provenivano dall’arte africana e caraibica, che però elaborò il gusto per l’assurdo anche in forme autonome: è il caso della cosiddetta “negritudine”, un movimento artistico e letterario nato negli anni Trenta nelle colonie francesi, e specialmente in Martinica.

Gli intellettuali della negritudine erano mossi da un impegno politico influenzato dal marxismo e dal radicalismo, e con le loro opere criticarono il colonialismo e portarono avanti un’idea di identità panafricana. Ma questi concetti politici venivano spesso espressi attraverso il surrealismo, nella poesia come nell’arte: tra i più importanti esponenti di questa corrente ci furono i poeti Aimé Césaire, martinicano amico del teorico del surrealismo André Breton, e Léopold Sédar Senghor, senegalese e socialista, che sarebbe poi diventato il primo presidente del Senegal e che avrebbe portato avanti un imponente programma di istruzione pubblica e sviluppo culturale come mezzo per emanciparsi dal passato colonialista.

Come ha spiegato il Guardian, l’eredità della negritudine fu raccolta da Henry Dumas, uno scrittore dell’Arkansas che negli anni Sessanta produsse una serie di racconti brevi e poesie che ebbero scarso successo, ma che usarono il surrealismo per denunciare le diseguaglianze, la violenza e l’oppressione sugli afroamericani portate avanti dagli americani bianchi. Proprio per descrivere lo stile di Dumas, l’attivista Amiri Baraka coniò il termine afrosurrealismo, nel 1974. In uno dei suoi racconti più conosciuti, un gruppo di appassionati di jazz bianchi muore dopo essere entrato in un jazz club nero, perché i loro corpi non riescono a sopportare la potenza della musica. Dumas morì nel 1968, a 33 anni, ucciso da un poliziotto bianco nella metropolitana di New York in circostanze mai chiarite.

Uno dei romanzi afrosurrealisti più famosi di sempre fu Uomo invisibile di Ralph Waldo Ellison, vincitore del National Book Award nel 1953, su un giovane afroamericano che costruisce la sua emancipazione adattandosi sempre di più a uno stile di vita da bianco, passando da una situazione più assurda all’altra. Un altro romanzo citato spesso è Amatissima della scrittrice Toni Morrison, che vinse il Pulitzer nel 1987 e che racconta una storia di realismo magico su una schiava liberata e una casa infestata dai fantasmi.

Molti temi e intuizioni di Dumas, Ellison e Morrison ricordano quelli che caratterizzano il revival dell’afrosurrealismo, che ha elaborato tutte le questioni dell’identitarismo e delle proteste sociali che hanno caratterizzato il movimento per i diritti degli afroamericani negli ultimi anni attraverso canoni e linguaggi artistici contemporanei, compreso il cosiddetto “New Weird”, quel filone letterario nato negli anni Novanta e caratterizzato dalle atmosfere a metà tra il fantasy e il fantascientifico. Una parte fondamentale della costruzione del nuovo immaginario afrosurrealista, e del suo successo, è stato il legame con la musica hip hop, che ha rappresentato la più grande emancipazione artistica nella storia della comunità afroamericana. Tutti i film e le serie afrosurrealiste sono piene di hip hop, ma anche nell’hip hop spesso c’è dell’afrosurrealismo: nel video di “Until the Quiet Comes” del noto produttore Flying Lotus, per esempio.

Terri Francis, direttrice del Black Film Center alla University of Indiana, ha spiegato al Guardian di non vedere l’afrosurrealismo come qualcosa di «pazzo e malato, ma molto reale. Parla di quello che sta succedendo ora, ed è quella rivelazione riguardo a una realtà prima poco conosciuta che rende le opere d’effetto».

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